provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)

22 novembre, 2007

MRS/ Laicita': L'italia e' uno stato laico?

Intervista a Marilisa D'Amico, professoressa di Diritto Costituzionale alla Statale di Milano
di Virginia Fiume

Pubblicata il 2o/11/2007 sulla rivista online Mondo Rosa Shokking

Marilisa D’Amico mi accoglie nel suo studio un martedì mattina.
La scrivania è invasa da libri di testo, fotocopie, e qualche locandina di convegno.
E’ energica e disponibile, mi viene istintivo inondarla di domande sulla Costituzione e su tutti quei temi che ormai si etichettano sotto il nome di “laicità”.

Professoressa, iniziamo da un discorso per “profani”: cos’è il diritto costituzionale e cosa significa per lei insegnare questa materia ai ragazzi?Il diritto costituzionale è la scienza che studia la Costituzione, che nella società del Novecento è una tavola di principi voluta per porre al riparo i diritti dalle scelte discrezionali del legislatore.
La nostra Costituzione è l’incontro di culture diverse: la cultura liberale, la cultura cattolica e la cultura, diciamo, comunista.
Il punto importante per il mio insegnamento è far capire ai futuri giuristi che la Costituzione deve far parte del materiale giuridico a disposizione. Non esistono solo le leggi da applicare con i principi della Costituzione sospesi per aria.
Qual è il rapporto tra vita, società e leggi? Si può dire che la Costituzione sia una legge laica?
La Costituzione è la tavola dei principi e dei valori poi ci sono le leggi, che regolamentano la vita di tutti i giorni.
Il rapporto giuridico tra vita, società e leggi è sempre un rapporto molto complesso. Ci sono leggi che rispecchiano gli aspetti della società e ci sono leggi che normano una situazione in cui c’è bisogno di una regolamentazione: non ci possono essere vuoti normativi, lo ha dimostrato il caso Welby con l’eutanasia.
(il termine eutanasia viene qui utilizzato nella sua accezione comune, pur non essendo corretto. E’ più corretto parlare, in particolare riferendosi ai casi Welby ed Englaro, di “sospensione delle terapie di alimentazione e ventilazione” NdA)
Mi vengono in mente altri ambiti particolari su cui c’è sempre un grande dibattito che è politico ma immagino anche legislativo: coppie di fatto e fecondazione… la Costituzione dà delle risposte su questo. E se non le da’, le dovrebbe dare?
Questi sono ambiti di cui si parla come questioni eticamente controverse. Questioni su cui spesso ci si scontra a livello ideologico. Affidare alla legge la soluzione di uno scontro ideologico a mio avviso è problematico. Si mette in crisi la laicità dello stato, la neutralità.
Per quanto riguarda le risposte della Costituzione occorre distinguere i punti.
(prende una penna e scrive su un foglio)Eutanasia,
famiglia di fatto,
e fecondazione…

Sì, in effetti sono temi complessi. Provi a darmi un’infarinatura…
I tre aspetti vanno un po’ distinti.
Sull’eutanasia il problema è questo: non c’è una regolamentazione, però s’è posto il problema di consentire la cosiddetta “eutanasia passiva” cioè staccare la spina in certi casi…
Per esempio la situazione di Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente, o il caso di Welby che chiedeva di staccare la spina, però poi chiedeva anche di non morire con sofferenza.
La soluzione da un punto di vista costituzionale si poteva e si può trovare, come in effetti ha fatto l’ultima sentenza della Corte di Cassazione, nell’articolo 32 il quale dice che

Nessuno può essere obbligato a determinati trattamenti sanitari se non per disposizione di legge.
Quindi se nessuno può essere obbligato a un dato trattamento sanitario se non per disposizioni di legge perché una persona può rifiutare le cure se è cosciente e se invece è incosciente non lo può più fare? I giudici che hanno rifiutato in un primo tempo le richieste di Eluana Englaro, o meglio, di suo papà Beppino Englaro, l’hanno fatto sulla base del richiamo a un principio diverso della Costituzione, l’articolo 2, in cui si parla di doveri della collettività a difesa del singolo individuo.
Quindi non c’è più il dovere dell’articolo 32 della Costituzione ma c’è un dovere della collettività.

Di tenerla in vita. Ma poi quale vita…Qual è il concetto di vita…è qui che entra in gioco il rapporto tra Scienza e Diritto. Abbiamo il legislatore che interviene in una materia dove sarebbe meglio muoversi con dati oggettivi. Come dati reali noi sappiamo che il 20- 25 % delle morti in ospedale avvengono in modo eutanasico. E questo è un dato importante.
D’altra parte il legislatore dovrebbe intervenire sempre con soluzioni leggere che consentano a tutti di riconoscerci nella soluzione.

E lasciar contare la volontà?
Sì. Sia far dire al credente “accetto la sofferenza” sia lasciare che il noncredente sia libero di mettere un punto.
Come dice il papà di Eluana Englaro “mia figlia non avrebbe dovuto trovarsi in questo stato, so con convinzione che lei non lo vorrebbe”. Per cui si appella al tribunale. La corte di cassazione, rispetto al caso di Eluana Englaro ha detto che la Corte d’Appello dovrà verificare che è possibile staccare la spina se è accertato lo stato vegetativo permanente ma anche nel caso sia accertata la volontà univoca precedente.
E quindi ha dato una grossa apertura da questo punto di vista.

Un’apertura data però dal giudice e non dal legislatore. A volte ho l’impressione che si preferiscano i vuoti legislativi…
In Italia è difficile legiferare perché le posizioni diverse si contrappongono in modo ideologico. Ma a volte ci sono casi in cui si accende il dibattito nell’opinione pubblica, allora per il legislatore è più facile iniziare a lavorare su una questione. La nonsoluzione di queste questioni significa lasciare i cittadini in uno stato di incertezza. Io non so quale persona voglia rischiare di subire il processo penale come medico, nel caso dell’eutanasia. Cioè, il dottor Riccio per Welby è stato coraggioso. In fondo a Welby fu detto “se tu non avessi fatto tutto questo clamore saresti già morto. Potevi farlo tranquillamente nel silenzio della tua stanza, come succede” Queste cose tra l’altro gli furono dette durante una trasmissione televisiva da un deputato della Repubblica italiana. E’ strano e mette un po’ in crisi il principio di laicità dello stato.

Perché?
La contrapposizione ideologica nasce dal fatto che alcuni pensano che la legge debba moralizzare i cittadini, educarli con dei divieti. Ma in realtà non è attraverso una legge che vince la visione più religiosa o meno religiosa della società. La Chiesa può fare il suo mestiere tranquillamente, però se interviene dicendo: la legge se è fatta così è buona, se è fatta così è cattiva si intromette pesantemente. Se poi le forze politiche le vanno dietro…
Il problema è che così non si moralizza e non si educa. Bisogna prevedere un’autonomia anche di scelta del cittadino.

Ecco, passiamo dal diritto di morire come si vuole al diritto di vivere come si vuole: le famiglie di fatto…
Anche qui il legislatore ha pensato di intervenire (con i DICO) prendendo atto di una realtà in cui le coppie di fatto eterosessuali sono la maggioranza rispetto a quelle sposate. Ci sono dati che indicano che una disciplina, sia delle coppie di fatto eterosessuali sia delle coppie omosessuali, sia necessaria per essere in linea con quello che succede nel resto del mondo, in particolare in Europa. Una legge dovrebbe prendere atto di come una società è strutturata e dare una regolamentazione, anche leggera. Non vanno imposti modelli alternativi, ma possibilità.
C’è qualcuno che dice “no, perché la nostra costituzione all’articolo 29 dice:
la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio.
Intanto dobbiamo ricordare che è esclusa la dizione “famiglia di uomini e donne”, che renderebbe impossibile da un punto di vista costituzionale il matrimonio omosessuale. Se vogliamo fare i formali possiamo appellarci a questo. Inoltre, sostanzialmente, può esistere una disciplina con un articolo 29 che imposta la famiglia tradizionale, ma che garantisce i DICO. E metterebbe la nostra legislazione in armonia con quelle europee, e con la Carta dei Diritti Fondamentali, che assicura tutte le forme di famiglia possibili.

Ma anche qui lo scontro è diventato ideologico…
Si è schierata prima la Chiesa e poi una serie di forze politiche dicendo “i dico sono incostituzionali e comunque metterebbero in crisi quello che è il matrimonio tradizionale”. E’ nata la contrapposizione tra la società di chi protende per il matrimonio tradizionale e chi sostiene che il cittadino deve avere il diritto di scegliere tra cose diverse.
Anche in questo caso la contrapposizione ideologica la trovo sterile.

Perché?
Perché come pensiamo che non facendo una disciplina sui DICO si possa moralizzare? Lo stato deve essere neutro, deve assicurare a tutti una casa comune in cui vivere. Se non assicuro ad alcune coppie, in particolare omosessuali, alcuni diritti io politicamente mi disinteresso di una fetta di cittadini importante. E quindi per uno stato è un tradimento della propria laicità e neutralità.

E poi lo Stato può sempre bilanciare…
Certo: la coppia omosessuale può non avere il riconoscimento del matrimonio come invece avviene in Spagna, ma solo i pacs, come in Francia.
Laicità significa che lo Stato con le sue leggi deve sempre trovare dei contenitori comuni che mettono d’accordo tutti. In uno Stato come quello italiano la famiglia tradizionale si difenderebbe meglio facendo politiche serie per la famiglia: lasciando lavorare le donne, con gli sgravi fiscali, con strutture per la cura e l’assistenza dei figli, degli anziani, dei disabili.

E poi magari le donne lavorano fino a 35 anni prima di decidere di fare un figlio, ed è tutto più difficile. Magari bisogna fare ricorso alla fecondazione, e con l’attuale legge è tutto più difficile…
La legge sulla fecondazione è paradossale. E’ un tema su cui la scienza non offre risposte univoche, e la risposta di oggi non può essere quella di domani. Come legislatore io avrei adottato una tecnica leggera: il numero degli embrioni poteva essere tendenzialmente tre, salvo diversa valutazione del medico. Oppure avrei delegato questa scelta sul numero degli embrioni a una commissione speciale, a un istituto neutro, come succede in Germania.
Qualcuno dice “non puoi fare figli non li fai, è inutile accanirsi. Se alle donne che fanno ricorso eccessivo ai trattamenti ormonali per la fecondazione vengono certe malattie tutto sommato è colpa loro”... C’è una risposta legislativa a questo?
Come ho già detto lo Stato non deve vietare ma offrire una cornice in cui ognuno è libero di fare la propria scelta. Per esempio dovrebbe occuparsi anche dell’istituto dell’adozione, un calvario per le coppie.
E poi c’è il fatto che si tratta di scelte individuali: allora se c’è chi vuole avere un figlio, la scienza lo permette, cosa faccio, vieto perché devo vietare moralisticamente?
Anche perché si scatenano effetti paradossali…
L’effetto paradossale è che le coppie non si arrestano per niente, anzi sono incentivate e vanno all’estero. Allora il turismo procreativo come effetto della legge 40 che vuole moralizzare sul valore della vita è un aspetto che ci dimostra che non si educa in questo modo, cioè costringendo.
Si educa con le politiche per la famiglia, con le politiche per l’adozione, con una certa educazione scolastica culturale, per uno stato che voglia educare i cittadini a pensare con la propria testa e fare delle scelte.

Pensare con la propria testa. Questo riporta all’inizio dell’intervista. Qual è la cosa più difficile del suo lavoro? C’è un collegamento tra il suo essere donna e fare un lavoro del genere…

L’Università Statale è una bella università, con tantissime potenzialità, ma molte cose non possono essere fatte per via della burocrazia. E gli studenti si perdono. Però credo che l’insegnamento esalti al massimo le peculiarità femminili: unisce l’aspetto scientifico con l’aspetto del rapporto con gli studenti. Inoltre come donna mi permette di conciliare molto lavoro e vita privata.

Ci sono i maschilisti?
Maschilisti magari no, ma ho assistito a un po’ di ironia da parte dei colleghi quando ho iniziato a occuparmi di questioni di genere da un punto di vista costituzionale. O quando sono diventata presidente del Comitato Pari Opportunità: si pensa che una donna arrivata dovrebbe occuparsi solo dei fatti suoi.

Invece Marilisa D’Amico si occupa di tante altre cose. Insegna con passione l’importanza del Diritto Costituzionale a coloro che dovranno armeggiare con codici e commi in un futuro non molto lontano, ed è presidente del Comitato Pari Opportunità della Statale di Milano.
Un organo che è stato “fermo” per 15 anni che ha come obiettivo non solo la promozione della cultura di genere femminile, ma anche trattative sindacali, pari opportunità per i giovani, i disabili e gli anziani.
La professoressa ci tiene a far capire che le pari opportunità devono essere tali per tutti. Non solo per le donne. Perché le scelte di tutti possano essere consapevoli.

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