Ieri è stato una giornata storica. Per la Palestina e per il Medio Oriente.
L'Unesco è stata la prima agenzia delle Nazioni Unite a concedere la 'full membership' alla Palestina.
Non si tratta solo di un riconoscimento formale importante, ma di un utile strumento nelle mani dei Palestinesi: la valorizzazione di certi luoghi come 'patrimonio dell'umanità' potrebbe essere fondamentale per preservare l'incolumità urbanistica e paesaggistica di certe aree. Uno su tutti il distretto di Betlemme, sito della Chiesa della Natività.
107 voti favorevoli, 53 astensioni (imbarazzante quella italiana) e 14 contrari.I più prevedibili quelli di Israele, Stati Uniti e Germania.
E parte il festival dell'ipocrisia.
Gli Stati Uniti ritirano il finanziamento all'Unesco.
Il premio nobel per la pace Barak Obama non ha fatto nulla per opporsi a una legge statunitense degli anni '90 che vieta il finanziamento a qualunque organizzazione riconosca la Palestina come Stato.
E il Corriere della sera non ritiene l'evento notiziabile. In nessuna sezione della homepage
e nemmeno nella sezione esteri:
provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)
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01 novembre, 2011
06 luglio, 2011
In migliaia a Tel Aviv, destinazione Palestina (o "La nonviolenza non fa notizia?")

Quasi mille persone si presenteranno all'aereoporto di Tel Aviv venerdì 8 luglio, con lo scopo di iniziare una serie di attività in solidarietà con i movimenti nonviolenti palestinesi in occasione del settimo anniversario dell'emanazione del parere della Corte Internazionale di Giustizia sull'illegalità del muro costruito da Israele al confine e soprattutto dentro i territori palestinesi occupati.

Il Governo israeliano ha già annunciato che misure speciali verranno adottate nei confronti di queste persone, che invece che nascondersi dietro alla scusa del viaggio e del pellegrinaggio - come viene abitualmente fatto da chi decide di viaggiare in West Bank - dichiareranno chiaramente le loro intenzioni. Con una scelta di trasparenza caratteristica della metodologia nonviolenta sistematizzata da Gene Sharp.
Nonostante la presenza di una delegazione italiana sembra che l'iniziativa non interessi i media italiani, se non gli addetti ai lavori.
Per chi non volesse farsi soprendere da una notizia tipo "Noi come Chomsky: negato il diritto di accesso nei Territori Palestinesi a migliaia di internazionali', consiglio di seguire la vicenda online. Un aiutino potrebbe essere l'hashtag twitter #welcomePalestine.
25 giugno, 2011
+970...Il territorio che state cercando di raggiungere è momentaneamente occupato

Sono arrivata in Palestina. Ma ci sono arrivata attraverso l'aereoporto di un altro stato, Israele.
Sono atterrata all'aereoporto di Tel Aviv, ma non ho potuto certo dichiarare che per un mese sarei stata a fare delle ricerche a Betlemme. Mi avrebbero trattenuta per ore, mi avrebbero chiesto chi dovevo incontrare, con chi avrei dormito, mi avrebbero forse- come fanno con i giornalisti- chiesto di firmare un foglio in cui mi rendevo disponibile a condividere con loro tutto il materiale raccolto.
Quanlcuno si immagina due stati quando pensa a Israele e alla Palestina.
Ma questo è quel che resta dei territori palestinesi (più la Striscia di Gaza, ancora quasi completamente sotto assedio):

Frastagliati dalle colonie israeliane, dal muro- costruito ben oltre la linea dei confini del 1967- dai checkpoints. Con le loro maggiori risorse, quelle idriche, controllate dalla potenza occupante.
Non sono solo parole. Sono costruzioni e strutture che impattano la vita delle persone, ne condizionano la libertà di movimento, ne riducono il benessere e la qualità della vita.
In un modo che noi neanche ci possiamo immaginare. Con una capacità di resistenza che noi raramente siamo in grado di concepire.


01 marzo, 2011
Manifestazione nonviolenta repressa con lacrimogeni e proiettili di gomma (o 'Il giornalismo che vorrei')
Sono incappata in un video pubblicato a dicembre sul sito del Corriere. Ho giocato alla piccola antropologa dei media, sbobinandolo e provando a vedere che effetto fa la stessa storia raccontata con parole diverse.
In corsivo la voce narrante del video, in grassetto l'altra versione.
Titolo video.corriere.it "Scontri tra palestinesi ed esercito israeliano. Cisgiordania, proteste contro la barriera"
Titolo alternativo
L'esercito israeliano reprime con lacrimogeni e proiettili di gomma una manifestazione nonviolenta. Un ferito e decine di arresti tra i manifestanti.
Hanno tentato di assalire un checkpoint vicino al muro di separazione costruito dal Governo israeliano in Cisgiordania provocando cosi' la reazione dei militari. Sono durati alcune ore gli scontri tra l'esercito israeliano e un centinaio di manifestanti palestinesi che chiedevano di oltrepassare il posto di blocco.
Anche questo venerdi il Comitato Popolare di Bilin ha organizzato la manifestazione contro la costruzione del Muro israeliano, che sta confiscando il 60 % delle terre del villaggio. Come ogni venerdi la manifestazione e' stata repressa dall'esercito israeliano con il lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma sparati ad altezza- uomo. Uno dei manifestanti e' rimasto ferito e molti sono stati arrestati.
Le proteste dei palestinesi si susseguono da settimane in Cisgiodarnia. Manifestano contro le barriere dichiarate illegittime dall'Alta Corte Europea {sic} nel 2004 ma che Israele continua a costruire.
Nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato illegale la costruzione del muro. In questi anni gli abitanti del villaggio di Bilin hanno depositato diverse denunce presso la Corte Suprema Israeliana per chiedere la verifica dei permessi di costruzione del muro e la contemporanea interruzione dei lavori. Nella maggior parte dei casi i ricorsi sono stati vinti dai palestinesi.
Nel 2006 e' stato aggiunto un segmento di 110 km alla costruzione originale in modo che la barriera dividesse alcuni insediamenti ebraici a Gerusalemme dalle zone musulmane.
Dal 2006, nonostante la dichiarata illegalita', i lavori sono proseguiti, con l'aggiunta di ulteriori 110 km. Il Governo di Israele afferma che la costruzione e' necessaria per separare separare le colonie ebraiche costruite nei Territori Palestinesi Occupati dai villaggi musulmani.
Secondo le associazioni umanitarie la barriera ha di fatto isolato oltre 60,000 palestinesi dal resto della Cisgiordania.
Parecchi esempi dimostrano le contraddizioni del Governo israeliano. La costruzione del muro non corre lungo la Linea Verde e non separa le colonie ebraiche dai 'villaggi musulmani'. Il tracciato del muro si insinua all'interno della Green Line, confiscando le terre palestinesi maggiormente ricche di risorse idriche e separando le popolazioni dei villaggi palestinesi sia dalle terre coltivate sia dai loro concittadini, che spesso si trovano a vivere in vere e proprie enclavi.
[l'esempio del villaggio palestinese di Al Khas]
L'esempio di lotta nonviolenta di Bilin ha ispirato la costituzione di altri Comitati popolari, costituiti dai residenti palestinesi di altri villaggi afflitti dalla confisca delle terre. Al loro fianco, tutti i venerdi, manifestano anche attivisti israeliani e internazionali.
Le foto di Bi'lin
In corsivo la voce narrante del video, in grassetto l'altra versione.
Titolo video.corriere.it "Scontri tra palestinesi ed esercito israeliano. Cisgiordania, proteste contro la barriera"
Titolo alternativo
L'esercito israeliano reprime con lacrimogeni e proiettili di gomma una manifestazione nonviolenta. Un ferito e decine di arresti tra i manifestanti.
Hanno tentato di assalire un checkpoint vicino al muro di separazione costruito dal Governo israeliano in Cisgiordania provocando cosi' la reazione dei militari. Sono durati alcune ore gli scontri tra l'esercito israeliano e un centinaio di manifestanti palestinesi che chiedevano di oltrepassare il posto di blocco.
Anche questo venerdi il Comitato Popolare di Bilin ha organizzato la manifestazione contro la costruzione del Muro israeliano, che sta confiscando il 60 % delle terre del villaggio. Come ogni venerdi la manifestazione e' stata repressa dall'esercito israeliano con il lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma sparati ad altezza- uomo. Uno dei manifestanti e' rimasto ferito e molti sono stati arrestati.
Le proteste dei palestinesi si susseguono da settimane in Cisgiodarnia. Manifestano contro le barriere dichiarate illegittime dall'Alta Corte Europea {sic} nel 2004 ma che Israele continua a costruire.
Nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato illegale la costruzione del muro. In questi anni gli abitanti del villaggio di Bilin hanno depositato diverse denunce presso la Corte Suprema Israeliana per chiedere la verifica dei permessi di costruzione del muro e la contemporanea interruzione dei lavori. Nella maggior parte dei casi i ricorsi sono stati vinti dai palestinesi.
Nel 2006 e' stato aggiunto un segmento di 110 km alla costruzione originale in modo che la barriera dividesse alcuni insediamenti ebraici a Gerusalemme dalle zone musulmane.
Dal 2006, nonostante la dichiarata illegalita', i lavori sono proseguiti, con l'aggiunta di ulteriori 110 km. Il Governo di Israele afferma che la costruzione e' necessaria per separare separare le colonie ebraiche costruite nei Territori Palestinesi Occupati dai villaggi musulmani.
Secondo le associazioni umanitarie la barriera ha di fatto isolato oltre 60,000 palestinesi dal resto della Cisgiordania.
Parecchi esempi dimostrano le contraddizioni del Governo israeliano. La costruzione del muro non corre lungo la Linea Verde e non separa le colonie ebraiche dai 'villaggi musulmani'. Il tracciato del muro si insinua all'interno della Green Line, confiscando le terre palestinesi maggiormente ricche di risorse idriche e separando le popolazioni dei villaggi palestinesi sia dalle terre coltivate sia dai loro concittadini, che spesso si trovano a vivere in vere e proprie enclavi.
[l'esempio del villaggio palestinese di Al Khas]L'esempio di lotta nonviolenta di Bilin ha ispirato la costituzione di altri Comitati popolari, costituiti dai residenti palestinesi di altri villaggi afflitti dalla confisca delle terre. Al loro fianco, tutti i venerdi, manifestano anche attivisti israeliani e internazionali.
Le foto di Bi'lin
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03 febbraio, 2011
Alcune riserve sui confini
L'altro migliore remedio è mandare colonie in uno o in duo luoghi che sieno quasi compedi di quello stato; perché è necessario o fare questo o tenervi assai gente d'arme e fanti. Nelle colonie non si spende molto; e sanza sua spesa, o poca, ve le manda e tiene; e solamente offende coloro a chi toglie e' campi e le case, per darle a' nuovi abitatori, che sono una minima parte di quello stato; e quelli ch'elli offende, rimanendo dispersi e poveri, non li possono mai nuocere; e tutti li altri rimangono da uno canto inoffesi, e per questo doverrebbono quietarsi, dall'altro paurosi di non errare, per timore che non intervenissi a loro come a quelli che sono stati spogliati. Concludo che queste colonie non costono, sono più fedeli, etoffendono meno; e li offesi non possono nuocere sendo poveri e dispersi, come è detto. (Niccolò Machiavelli- cap. III, Il Principe- 1513)
Da quando sono stata in Israele-Palestina un'analaogia ha iniziato a martellarmi la testa.
Tutto è iniziato quando mi sono ricordata le immagini televisive degli scontri tra coloni americani e tribù di 'pellerossa' nei film western. Le terre in cui arrivavano i coloni non erano cosi disabitate se per quelle terre si spargeva sangue.
Nello stesso modo, come ho già scritto su questo blog nemmeno le terre palestinesi erano cosi disabitate, tanto che all'interno dei confini di Israele ci sono ancora tracce di villaggi palestinesi- nonostante tutti i tentativi di cancellarle.
Ma la cosa interessante è il destino riservato alle popolazioni native delle due regioni.
Questa è la mappa delle 'riserve indiane'

E questa è la mappa che mostra l' 'evoluzione' delle terre nell'ex mandato britannico della Palestina, dopo risoluzioni ONU, guerre e "accordi di pace". Le parti in verde sono quelle amministrate più o meno direttamente dall'Autorità Nazionale palestinese.

I confini delle aree, cosi come quelli delle riserve indiane, sono controllati. E il risultato, in entrambi i casi, è uno spezzettamento di cui Machiavelli sarebbe probabilmente orgoglioso.
Cercando di placare il martello nella testa ho scoperto che in rete anche altri hanno sviluppato questa analogia.
Il destino comune dei 'pellerossa' e dei 'palestinesi' è beffardo e ingiusto.
Si tratta di popoli che hanno visto la loro cultura e le loro tradizioni minacciate, se non addirittura negate, per favorire la migrazione di altri popoli verso 'nuove frontiere'. L'immigrazione di altri non sarebbe un problema: ogni terra può essere la casa di chiunque.
Quello che rende il tutto, a mio parere, ingiusto, è che chi su quelle terre ci abitava sia stato costretto a distruzioni e deportazioni di massa, in zone lontane da casa, in spazi circondati da confini stabiliti da altri, in veri e propri ghetti.
E pensandola cosi capisco un po' di più il senso della lotta per la giustizia.
06 gennaio, 2011
La futura memoria di un villaggio palestinese
Continuo a scrivere e leggere. Dell'importanza della storia per la costruzione delle identità.
Leggo lo storico israeliano Ilan Pappe, che afferma di come sia importante la costruzione di una storia "ponte" tra Israeliani e Palestinesi per poter anche solo immaginare una vera riconciliazione. Una Storia che rispetti l'altro, i suoi ricordi, il suo passato.
Penso al mantra alla base della costruzione dello stato di Israele: 'una terra senza popolo, per un popolo senza terra'. E penso che è strano che una terra senza popolo abbia dei reperti archeologici che testimoniano la presenza di città e villaggi.

Penso che siamo ben lontani dall costruzione di una 'storia comune' se il comune di Gerusalemme autorizza l'edificazione di un quartiere per vacanze in corrispondenza di un' antica, ma forse nemmeno cosi antica, cittadina palestinese, dove prima del 1948 abitavano 3,000 persone.
Penso che per fortuna c'è internet, che permette di tenere vive le tracce del passato e tentare, in extremis, di preservare il futuro.
E ancora una volta mi tornano alla mente le parole di Leonardo Sciascia, "A futura memoria (se la memoria ha un futuro)"
Leggo lo storico israeliano Ilan Pappe, che afferma di come sia importante la costruzione di una storia "ponte" tra Israeliani e Palestinesi per poter anche solo immaginare una vera riconciliazione. Una Storia che rispetti l'altro, i suoi ricordi, il suo passato.
Penso al mantra alla base della costruzione dello stato di Israele: 'una terra senza popolo, per un popolo senza terra'. E penso che è strano che una terra senza popolo abbia dei reperti archeologici che testimoniano la presenza di città e villaggi.

Penso che siamo ben lontani dall costruzione di una 'storia comune' se il comune di Gerusalemme autorizza l'edificazione di un quartiere per vacanze in corrispondenza di un' antica, ma forse nemmeno cosi antica, cittadina palestinese, dove prima del 1948 abitavano 3,000 persone.
Penso che per fortuna c'è internet, che permette di tenere vive le tracce del passato e tentare, in extremis, di preservare il futuro.
E ancora una volta mi tornano alla mente le parole di Leonardo Sciascia, "A futura memoria (se la memoria ha un futuro)"
06 novembre, 2010
GoogleMaps e i Territori Palestinesi scomparsi
A volte GoogleMaps gioca dei brutti scherzi.
Stavo vagabondando per il mondo con la street view quando mi è venuto in mente che fino a un anno fa non era possibile utilizzarla per curiosare in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati.
Oggi, a distanza di un anno e mezzo, entro in contatto con i miracoli di Google.
In pratica, cercando su Google Maps la città di Bethlehem si ottiene questo suggerimento (insieme ad altri tutti in zona Stati Uniti):

Interessante, soprattutto visto e considerato che la città di Bethlehem è catalogata dagli accordi di Oslo come "Area A": controllo sia amministrativo che militare dell'Autorità Nazionale Palestinese. Incredibile come diventi israeliana al momento delle ricerche su internet.
Ma la cosa che mi impressiona ancora di più riguarda i "suggerimenti fotografici" di Google.
In corrispondenza del Deishe Refugee Camp, il km quadrato e mezzo dove vivono più di 12.000 palestinesi, figli di quei rifugiati che nel 1948 hanno dovuto abbandonare i loro villaggi distrutti dall'esercito israeliano, appare una foto che non c'entra niente con il campo profughi in questione.

Si tratta della colonia di Har Homa: uno degli insediamenti illegali costruiti da Israele nei Territori Palestinesi. Uno dei punti più controversi dei cosi detti "peace talks"
Insomma, non solo google maps riesce a far risultare l'area di Betlemme come parte dello stato israeliano, ma camuffa la realtà, mostrando una colonia israeliana al posto di un campo profughi.
Stavo vagabondando per il mondo con la street view quando mi è venuto in mente che fino a un anno fa non era possibile utilizzarla per curiosare in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati.
Oggi, a distanza di un anno e mezzo, entro in contatto con i miracoli di Google.
In pratica, cercando su Google Maps la città di Bethlehem si ottiene questo suggerimento (insieme ad altri tutti in zona Stati Uniti):
Interessante, soprattutto visto e considerato che la città di Bethlehem è catalogata dagli accordi di Oslo come "Area A": controllo sia amministrativo che militare dell'Autorità Nazionale Palestinese. Incredibile come diventi israeliana al momento delle ricerche su internet.
Ma la cosa che mi impressiona ancora di più riguarda i "suggerimenti fotografici" di Google.
In corrispondenza del Deishe Refugee Camp, il km quadrato e mezzo dove vivono più di 12.000 palestinesi, figli di quei rifugiati che nel 1948 hanno dovuto abbandonare i loro villaggi distrutti dall'esercito israeliano, appare una foto che non c'entra niente con il campo profughi in questione.
Si tratta della colonia di Har Homa: uno degli insediamenti illegali costruiti da Israele nei Territori Palestinesi. Uno dei punti più controversi dei cosi detti "peace talks"
Insomma, non solo google maps riesce a far risultare l'area di Betlemme come parte dello stato israeliano, ma camuffa la realtà, mostrando una colonia israeliana al posto di un campo profughi.
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29 settembre, 2010
Pezzi di memoria, pezzi di persone
Tante volte in Palestina ho sentito paragonare alcune attività portate avanti dallo stato di Israele o dall'esercito al nazismo. A volte ho pensato che fosse una provocazione, o un'esagerazione.
Durante la guerra di Gaza (Piombo fuso, dicembre 2009-gennaio 2010) molti attivisti parlavano di olocausto.
E io continuavo a ripetermi che era troppo.
Il mio amico Corey, ebreo canadese, aveva le lacrime agli occhi la sera che abbiamo guardato il documentario sulla rivolta nel Ghetto di Varsavia, mentre lui stesso ci spiegava perchè secondo lui si poteva tracciare un paragone tra molto di quello che stava accadendo in quei giorni nella Striscia, con le persone chiuse in quella che da molti viene definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo, e quello che è accaduto agli ebrei prima e durante la seconda guerra mondiale. Corey piangeva un po' quando ci raccontava di suo nonno, sopravvissuto all'olocausto, e del "motto" di tutti gli ebrei: "mai più".
Io stessa, scossa da quei giorni di guerra, vicina e lontana, pensavo che il paragone fosse azzardato. In fondo l'olocausto per noi giovani europei è l'immagine reale del "peggio possibile", con il nazismo, le leggi razziali, le deportazioni e tutto quello che a scuola ci hanno illustrato in dettaglio (eccezion fatta che si sono spesso dimenticati di sottolineare che anche i gay e i rom venivano deportati...ma questa è un'altra storia).
Poi succede che la vita passa, le immagini si depositano, cambiano forma, nome ed etichetta.
E poi succede che leggi un articolo pubblicato su Haaretz, in cui tra le altre cose si illustra la proposta che il Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman vuole proporre alle Nazioni Unite:
spostare la popolazione ebraica che vive nelle colonie in Cisgiordania (illegali secondo il diritto internazionale) in territorio israeliano e gli arabi che vivono in Israele in Cisgiordania.
Questo piano e questi "spostamenti" di persone, magari di arabi palestinesi in uno stato- certo autonomo- ma ben demilitarizzato, con i confini controllati da Israele e chiuso dietro a un muro come lo vorrebbe il Primo Ministro israeliano Netanyahu mi richiama alla memoria un termine che veniva usato dai nazisti per definire gli ebrei: stucken, pezzi.
E cosi, stasera, le lacrime del mio amico Corey, ebreo canadese, sono anche le mie.
Durante la guerra di Gaza (Piombo fuso, dicembre 2009-gennaio 2010) molti attivisti parlavano di olocausto.
E io continuavo a ripetermi che era troppo.
Il mio amico Corey, ebreo canadese, aveva le lacrime agli occhi la sera che abbiamo guardato il documentario sulla rivolta nel Ghetto di Varsavia, mentre lui stesso ci spiegava perchè secondo lui si poteva tracciare un paragone tra molto di quello che stava accadendo in quei giorni nella Striscia, con le persone chiuse in quella che da molti viene definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo, e quello che è accaduto agli ebrei prima e durante la seconda guerra mondiale. Corey piangeva un po' quando ci raccontava di suo nonno, sopravvissuto all'olocausto, e del "motto" di tutti gli ebrei: "mai più".
Io stessa, scossa da quei giorni di guerra, vicina e lontana, pensavo che il paragone fosse azzardato. In fondo l'olocausto per noi giovani europei è l'immagine reale del "peggio possibile", con il nazismo, le leggi razziali, le deportazioni e tutto quello che a scuola ci hanno illustrato in dettaglio (eccezion fatta che si sono spesso dimenticati di sottolineare che anche i gay e i rom venivano deportati...ma questa è un'altra storia).
Poi succede che la vita passa, le immagini si depositano, cambiano forma, nome ed etichetta.
E poi succede che leggi un articolo pubblicato su Haaretz, in cui tra le altre cose si illustra la proposta che il Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman vuole proporre alle Nazioni Unite:
spostare la popolazione ebraica che vive nelle colonie in Cisgiordania (illegali secondo il diritto internazionale) in territorio israeliano e gli arabi che vivono in Israele in Cisgiordania.
Questo piano e questi "spostamenti" di persone, magari di arabi palestinesi in uno stato- certo autonomo- ma ben demilitarizzato, con i confini controllati da Israele e chiuso dietro a un muro come lo vorrebbe il Primo Ministro israeliano Netanyahu mi richiama alla memoria un termine che veniva usato dai nazisti per definire gli ebrei: stucken, pezzi.
E cosi, stasera, le lacrime del mio amico Corey, ebreo canadese, sono anche le mie.
24 agosto, 2010
Discorso di una donna israeliana al Parlamento Europeo
WOMEN
by Nurit Peled-Elhanan
Thank you for inviting me to this today. It is always an honour and a pleasure to be here, among you (at the European Parliament).
However, I must admit I believe you should have invited a Palestinian woman at my stead, because the women who suffer most from violence in my county are the Palestinian women. And I would like to dedicate my speech to Miriam R`aban and her husband Kamal, from Lahiya house in the Gaza strip, whose five small children were killed by Israeli soldiers while picking strawberries at the family`s strawberry field. No one will ever stand trial for this murder.
When I asked the people who invited me here why didn't they invite a Palestinian woman, the answer was that it would make the discussion too localized.
I don't know what is non-localized violence. Racism and discrimination may be theoretical concepts and universal phenomena but their impact is always local, and real. Pain is local, humiliation, sexual abuse, torture and death, are all very local, and so are the scars.
It is true, unfortunately, that the local violence inflicted on Palestinian women by the government of Israel and the Israeli army, has expanded around the globe, In fact, state violence and army violence, individual and collective violence, are the lot of Muslim women today, not only in Palestine but wherever the enlightened western world is setting its big imperialistic foot. It is violence which is hardly ever addressed and which is halfheartedly condoned by most people in Europe and in the USA .
This is because the so-called free world is afraid of the Muslim womb.
Great France of "la liberte égalite et la fraternite" is scared of little girls with head scarves. Great Jewish Israel is afraid of the Muslim womb which its ministers call a demographic threat.
Almighty America and Great Britain are infecting their respective citizens with blind fear of the Muslims, who are depicted as vile, primitive and blood-thirsty, apart from their being non-democratic, chauvinistic and mass producers of future terrorists. This in spite of the fact that the people who are destroying the world today are not Muslim. One of them is a devout Christian, one is Anglican and one is a non-devout Jew.
I have never experienced the suffering Palestinian women undergo every day, every hour, I don't know the kind of violence that turns a woman's life into constant hell. This daily physical and mental torture of women who are deprived of their basic human rights and needs of privacy and dignity, women whose homes are broken into at any moment of day and night, who are ordered at a gun-point to strip naked in front of strangers and their own children, whose houses are demolished , who are deprived of their livelihood and of any normal family life. This is not part of my personal ordeal.
But I am a victim of violence against women insofar as violence against children is actually violence against mothers. Palestinian, Iraqi, Afghan women are my sisters because we are all at the grip of the same unscrupulous criminals who call themselves leaders of the free enlightened world and in the name of this freedom and enlightenment rob us of our children.
Furthermore, Israeli, American, Italian and British mothers have been for the most part violently blinded and brainwashed to such a degree that they cannot realize their only sisters, their only allies in the world are the Muslim Palestinian, Iraqi or Afghani mothers, whose children are killed by our children or who blow themselves to pieces with our sons and daughters. They are all mind-infected by the same viruses engendered by politicians. And the viruses , though they may have various illustrious names--such as Democracy, Patriotism, God, Homeland are all the same. They are all part of false and fake ideologies that are meant to enrich the rich and to empower the powerful.
We are all the victims of mental, psychological and cultural violence that turn us to one homogenic group of bereaved or potentially bereaved mothers. Western mothers who are taught to believe their uterus is a national asset just like they are taught to believe that the Muslim uterus is an international threat. They are educated not to cry out: `I gave him birth, I breast fed him, he is mine, and I will not let him be the one whose life is cheaper than oil, whose future is less worth than a piece of land.`
All of us are terrorized by mind-infecting education to believe all we can do is either pray for our sons to come back home or be proud of
their dead bodies.
And all of us were brought up to bear all this silently, to contain our fear and frustration, to take Prozac for anxiety, but never hail Mama Courage in public. Never be real Jewish or Italian or Irish mothers.
I am a victim of state violence. My natural and civil rights as a mother have been violated and are violated because I have to fear the day my son would reach his 18th birthday and be taken away from me to be the game tool of criminals such as Sharon, Bush, Blair and their clan of blood-thirsty, oil-thirsty, land thirsty generals..
Living in the world I live in, in the state I live in, in the regime I live in, I don't dare to offer Muslim women any ideas how to change their lives. I don't want them to take off their scarves, or educate
their children differently, and I will not urge them to constitute Democracies in the image of Western democracies that despise them and their kind. I just want to ask them humbly to be my sisters, to
express my admiration for their perseverance and for their courage to carry on, to have children and to maintain a dignified family life in spite of the impossible conditions my world in putting them in. I want to tell them we are all bonded by the same pain, we all the victims of the same sort of violence even though they suffer much more, for they are the ones who are mistreated by my government and its army, sponsored by my taxes.
Islam in itself, like Judaism in itself and Christianity in itself, is not a threat to me or to anyone. American imperialism is, European indifference and co-operation is and Israeli racism and its cruel regime of occupation is. It is racism, educational propaganda and inculcated xenophobia that convince Israeli soldiers to order
Palestinian women at gun-point, to strip in front of their children for security reasons, it is the deepest disrespect for the other that allow American soldiers to rape Iraqi women, that give license to Israeli jailers to keep young women in inhuman conditions, without necessary hygienic aids, without electricity in the winter, without clean water or clean mattresses and to separate them from their breast-fed babies and toddlers. To bar their way to hospitals, to block their way to education, to confiscate their lands, to uproot their trees and prevent them from cultivating their fields.
I cannot completely understand Palestinian women or their suffering. I don't know how I would have survived such humiliation, such disrespect from the whole world. All I know is that the voice of mothers has been suffocated for too long in this war-stricken planet. Mothers` cry is
not heard because mothers are not invited to international forums such as this one. This I know and it is very little. But it is enough for me to remember these women are my sisters, and that they deserve that I should cry for them, and fight for them. And when they lose their children in strawberry fields or on filthy roads by the checkpoints, when their children are shot on their way to school by Israeli children who were educated to believe that love and compassion are race and religion dependent, the only thing I can do is stand by them and their betrayed babies, and ask what Anna Akhmatova--another mother who lived in a regime of violence against women and children--asked:
Why does that streak o blood, rip the petal of your cheek?
by Nurit Peled-Elhanan
Thank you for inviting me to this today. It is always an honour and a pleasure to be here, among you (at the European Parliament).
However, I must admit I believe you should have invited a Palestinian woman at my stead, because the women who suffer most from violence in my county are the Palestinian women. And I would like to dedicate my speech to Miriam R`aban and her husband Kamal, from Lahiya house in the Gaza strip, whose five small children were killed by Israeli soldiers while picking strawberries at the family`s strawberry field. No one will ever stand trial for this murder.
When I asked the people who invited me here why didn't they invite a Palestinian woman, the answer was that it would make the discussion too localized.
I don't know what is non-localized violence. Racism and discrimination may be theoretical concepts and universal phenomena but their impact is always local, and real. Pain is local, humiliation, sexual abuse, torture and death, are all very local, and so are the scars.
It is true, unfortunately, that the local violence inflicted on Palestinian women by the government of Israel and the Israeli army, has expanded around the globe, In fact, state violence and army violence, individual and collective violence, are the lot of Muslim women today, not only in Palestine but wherever the enlightened western world is setting its big imperialistic foot. It is violence which is hardly ever addressed and which is halfheartedly condoned by most people in Europe and in the USA .
This is because the so-called free world is afraid of the Muslim womb.
Great France of "la liberte égalite et la fraternite" is scared of little girls with head scarves. Great Jewish Israel is afraid of the Muslim womb which its ministers call a demographic threat.
Almighty America and Great Britain are infecting their respective citizens with blind fear of the Muslims, who are depicted as vile, primitive and blood-thirsty, apart from their being non-democratic, chauvinistic and mass producers of future terrorists. This in spite of the fact that the people who are destroying the world today are not Muslim. One of them is a devout Christian, one is Anglican and one is a non-devout Jew.
I have never experienced the suffering Palestinian women undergo every day, every hour, I don't know the kind of violence that turns a woman's life into constant hell. This daily physical and mental torture of women who are deprived of their basic human rights and needs of privacy and dignity, women whose homes are broken into at any moment of day and night, who are ordered at a gun-point to strip naked in front of strangers and their own children, whose houses are demolished , who are deprived of their livelihood and of any normal family life. This is not part of my personal ordeal.
But I am a victim of violence against women insofar as violence against children is actually violence against mothers. Palestinian, Iraqi, Afghan women are my sisters because we are all at the grip of the same unscrupulous criminals who call themselves leaders of the free enlightened world and in the name of this freedom and enlightenment rob us of our children.
Furthermore, Israeli, American, Italian and British mothers have been for the most part violently blinded and brainwashed to such a degree that they cannot realize their only sisters, their only allies in the world are the Muslim Palestinian, Iraqi or Afghani mothers, whose children are killed by our children or who blow themselves to pieces with our sons and daughters. They are all mind-infected by the same viruses engendered by politicians. And the viruses , though they may have various illustrious names--such as Democracy, Patriotism, God, Homeland are all the same. They are all part of false and fake ideologies that are meant to enrich the rich and to empower the powerful.
We are all the victims of mental, psychological and cultural violence that turn us to one homogenic group of bereaved or potentially bereaved mothers. Western mothers who are taught to believe their uterus is a national asset just like they are taught to believe that the Muslim uterus is an international threat. They are educated not to cry out: `I gave him birth, I breast fed him, he is mine, and I will not let him be the one whose life is cheaper than oil, whose future is less worth than a piece of land.`
All of us are terrorized by mind-infecting education to believe all we can do is either pray for our sons to come back home or be proud of
their dead bodies.
And all of us were brought up to bear all this silently, to contain our fear and frustration, to take Prozac for anxiety, but never hail Mama Courage in public. Never be real Jewish or Italian or Irish mothers.
I am a victim of state violence. My natural and civil rights as a mother have been violated and are violated because I have to fear the day my son would reach his 18th birthday and be taken away from me to be the game tool of criminals such as Sharon, Bush, Blair and their clan of blood-thirsty, oil-thirsty, land thirsty generals..
Living in the world I live in, in the state I live in, in the regime I live in, I don't dare to offer Muslim women any ideas how to change their lives. I don't want them to take off their scarves, or educate
their children differently, and I will not urge them to constitute Democracies in the image of Western democracies that despise them and their kind. I just want to ask them humbly to be my sisters, to
express my admiration for their perseverance and for their courage to carry on, to have children and to maintain a dignified family life in spite of the impossible conditions my world in putting them in. I want to tell them we are all bonded by the same pain, we all the victims of the same sort of violence even though they suffer much more, for they are the ones who are mistreated by my government and its army, sponsored by my taxes.
Islam in itself, like Judaism in itself and Christianity in itself, is not a threat to me or to anyone. American imperialism is, European indifference and co-operation is and Israeli racism and its cruel regime of occupation is. It is racism, educational propaganda and inculcated xenophobia that convince Israeli soldiers to order
Palestinian women at gun-point, to strip in front of their children for security reasons, it is the deepest disrespect for the other that allow American soldiers to rape Iraqi women, that give license to Israeli jailers to keep young women in inhuman conditions, without necessary hygienic aids, without electricity in the winter, without clean water or clean mattresses and to separate them from their breast-fed babies and toddlers. To bar their way to hospitals, to block their way to education, to confiscate their lands, to uproot their trees and prevent them from cultivating their fields.
I cannot completely understand Palestinian women or their suffering. I don't know how I would have survived such humiliation, such disrespect from the whole world. All I know is that the voice of mothers has been suffocated for too long in this war-stricken planet. Mothers` cry is
not heard because mothers are not invited to international forums such as this one. This I know and it is very little. But it is enough for me to remember these women are my sisters, and that they deserve that I should cry for them, and fight for them. And when they lose their children in strawberry fields or on filthy roads by the checkpoints, when their children are shot on their way to school by Israeli children who were educated to believe that love and compassion are race and religion dependent, the only thing I can do is stand by them and their betrayed babies, and ask what Anna Akhmatova--another mother who lived in a regime of violence against women and children--asked:
Why does that streak o blood, rip the petal of your cheek?
22 luglio, 2010
Associazioni libere- 18 luglio 2010
Così, navigando su Facebook, nel giro di ricognizione del tempo libero.
trovo questa notizia:
Gaza/ Netanyahu denunciato in Spagna per crimini conto umanità
Cerco di mettere insieme i ricordi confusi. Non ho gli strumenti tecnici per commentare il fatto che un paese possa denunciare il capo di stato di un altro paese per "crimini contro l'umanità".
Per quanto ne so io, per quanto posso immaginare, per le persone che conosco, immagino che in questo caso ci sarebbero persone che direbbero che farlo implicherebbe ledere il diritto alla sovranità che ciascuno Stato ha.
Altri potrebbero dire che è giusto che chi si rende conto di una situazione a suo parere negativa abbia il diritto di dichiararlo ad alta voce ed eventualmente sottoporlo al diritto della "magistratura competente". Un discorso valido sia a livello individuale che a livello "governativo"
Immagino.
Siccome non ho tanti strumenti giurdici navigo, con il metodo più semplice. Google.
Cerco "giurisdizioni internazionali, capi di stato, crimini contro l'umanità"
Finisco in siti vari e assortiti, per lo più con strumenti che raccolgono appunti on line.
Vado per parole chiave. Scopro concetti come "Statuto della Corte Penale Internazionale" e "principio di universalità".
Penso che devo prendermi il tempo per approfondire e andare alle fonti.
E poi mi viene in mente questa storia radicale in cui sono immersa. E mi impressiona, nonostante la sua strana magica follia. A volte leggera euforia.
http://www.radicali.it/view.php?id=140122

SE LE GUERRE NON HANNO UN GIUDICE
L'Unità - 18 luglio 2009
Undici anni fa nasceva il tribunale internazionale sui crimini di guerra. Oggi la posizione dell'Africa che non coopera rimette tutto in discussione
trovo questa notizia:
Gaza/ Netanyahu denunciato in Spagna per crimini conto umanità
Due attivisti e un giornalista spagnoli presenteranno una denuncia contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu per crimini contro l'umanità e tortura, in seguito alla loro detenzione illegale ed espulsione forzata dopo l'incursione contro la "Flottiglia della Pace" diretta a Gaza: è quanto riporta il quotidiano spagnolo El Pais.
Cerco di mettere insieme i ricordi confusi. Non ho gli strumenti tecnici per commentare il fatto che un paese possa denunciare il capo di stato di un altro paese per "crimini contro l'umanità".
Per quanto ne so io, per quanto posso immaginare, per le persone che conosco, immagino che in questo caso ci sarebbero persone che direbbero che farlo implicherebbe ledere il diritto alla sovranità che ciascuno Stato ha.
Altri potrebbero dire che è giusto che chi si rende conto di una situazione a suo parere negativa abbia il diritto di dichiararlo ad alta voce ed eventualmente sottoporlo al diritto della "magistratura competente". Un discorso valido sia a livello individuale che a livello "governativo"
Immagino.
Siccome non ho tanti strumenti giurdici navigo, con il metodo più semplice. Google.
Cerco "giurisdizioni internazionali, capi di stato, crimini contro l'umanità"
Finisco in siti vari e assortiti, per lo più con strumenti che raccolgono appunti on line.
Vado per parole chiave. Scopro concetti come "Statuto della Corte Penale Internazionale" e "principio di universalità".
Penso che devo prendermi il tempo per approfondire e andare alle fonti.
E poi mi viene in mente questa storia radicale in cui sono immersa. E mi impressiona, nonostante la sua strana magica follia. A volte leggera euforia.
http://www.radicali.it/view.php?id=140122

SE LE GUERRE NON HANNO UN GIUDICE
L'Unità - 18 luglio 2009
Undici anni fa nasceva il tribunale internazionale sui crimini di guerra. Oggi la posizione dell'Africa che non coopera rimette tutto in discussione
08 luglio, 2010
Israele sotto attacco...

“Sei anni fa, una donna palestinese che dopo nove anni di cure contro la sterilità era rimasta incinta di due gemelli e stava per partorire, venne bloccata dai militari israeliani a un check-point. Partorì lì, ma i piccoli non riuscirono a sopravvivere. In quelle stesse ore, mia nuora metteva al mondo due gemelli. Capisce? Ho due nipoti che oggi hanno sei anni e non posso non pensare a quella donna. Se fossi stata lì, forse avrei potuto salvarli”.(una donna israeliana del gruppo Machsom Watch- donne contro l'occupazione e per i diritti umani)
http://it.peacereporter.net/articolo/2703/Donne+coraggiose
16 giugno, 2010
06 giugno, 2010
Chi l'avrebbe mai detto che sarei stata d'accordo con il Papa
..non tanto in quanto capo della Chiesa ma in quanto capo di stato qual è.
che ribadisce come l'occupazione israeliana sia "un'ingiustizia politica imposta ai palestinesi", che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche, come fanno alcuni movimenti neo-evangelici sionisti.
L'unità, 6 giugno 2010
Tra l'altro credo che Ratzinger sia l'unico capo di stato che nella storia recente abbia visitato un campo profughi nei Territori Palestinesi Occupati.
Ecco una foto della visita del 16 maggio 2009.

Certo che è strano andare d'accordo con gli avversari. E soprattutto, cosa faranno adesso i cattoliconi politicanti italiani sempre pronti a mettere in pratica quello che dice il loro leader religioso?
che ribadisce come l'occupazione israeliana sia "un'ingiustizia politica imposta ai palestinesi", che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche, come fanno alcuni movimenti neo-evangelici sionisti.
L'unità, 6 giugno 2010
Tra l'altro credo che Ratzinger sia l'unico capo di stato che nella storia recente abbia visitato un campo profughi nei Territori Palestinesi Occupati.
Ecco una foto della visita del 16 maggio 2009.

Certo che è strano andare d'accordo con gli avversari. E soprattutto, cosa faranno adesso i cattoliconi politicanti italiani sempre pronti a mettere in pratica quello che dice il loro leader religioso?
02 giugno, 2010
La mia rabbia e il mio orgoglio
Mi sono ricordata qual è stata la prima cosa che mi ha fatta piangere quando sono arrivata in Palestina. Stavamo guardando il film Occupation 101, in cui si ripercorre la storia di Israele e della Palestina, e a un certo punto si vedono le immagini di una bimba americana.
Rachel Corrie, quella bimba, una volta cresciuta era diventata un'attivista, ed è morta a 23 anni, nella Striscia di Gaza. E' stata schiacciata da un bulldozer israeliano mentre cercava di impedire la demolizione di una casa palestinese.
Qualcuno potrebbe dire che è da pazzi mettersi davanti a un bulldozer, qualcuno potrebbe dire che in quella casa potevano rifugiarsi "terroristi di Hamas", qualcuno potrebbe dire.
Io so che i morti sono sempre di più e le ingiustizie in nome della sicurezza si accumulano giorno dopo giorno, sulla pelle delle persone. E le lacrime che mi sgorgavano dagli occhi quel giorno di dicembre del 2009, ricordandomi una versione piccola di me, che in altre situazioni pensava e diceva le stesse cose di quella bimba bionda, sono le stesse lacrime di lunedi mattina.
Tutto il resto per me è cinico, ingiusto, sbagliato.
Rachel Corrie, quella bimba, una volta cresciuta era diventata un'attivista, ed è morta a 23 anni, nella Striscia di Gaza. E' stata schiacciata da un bulldozer israeliano mentre cercava di impedire la demolizione di una casa palestinese.
Qualcuno potrebbe dire che è da pazzi mettersi davanti a un bulldozer, qualcuno potrebbe dire che in quella casa potevano rifugiarsi "terroristi di Hamas", qualcuno potrebbe dire.
Io so che i morti sono sempre di più e le ingiustizie in nome della sicurezza si accumulano giorno dopo giorno, sulla pelle delle persone. E le lacrime che mi sgorgavano dagli occhi quel giorno di dicembre del 2009, ricordandomi una versione piccola di me, che in altre situazioni pensava e diceva le stesse cose di quella bimba bionda, sono le stesse lacrime di lunedi mattina.
Tutto il resto per me è cinico, ingiusto, sbagliato.
27 maggio, 2010
Prepararsi a un incontro
Mi sono presa una serata per me. Per prepararmi a questo.

Non e' la prima volta che "introduco e modero" un incontro. Ma questa volta questa responsabilita' ha un sapore diverso.
Tutte le altre volte l'ho fatto per delle iniziative radicali. Certo, il personale e' politico e non ho mai sostenuto nulla su cui non fossi d'accordo al 100%. Ma in quelle situazioni avevo le spalle coperte dal Partito, dal Movimento, da una storia piu' grande di me, da una teoria politica studiata da tanti altri e che io ho fatto mia nel corso del tempo, con dubbi e critiche.
Questa volta invece devo costruirmi da sola il mio discorso, la mia linea.
Tutto questo potrebbe agitarmi. Invece poi mi rendo conto che anche questa volta non sono sola.
Ci sono le storie che ho ascoltato nei miei 10 mesi palestinesi a farmi compagnia. Ci sono le passeggiate tra i vicoli stretti ma dignitosi dei campi profughi, ci sono le docce fatte con le bottiglie perche' l'acqua manca, ci sono i viaggi di due ore per raggiungere una Ramallah distante pochi km. Ci sono le notti a Gerusalemme e i ritorni a casa in taxi con il conducente ebreo israeliano che preferisce mollarmi a un collega arabo per la paura di trasformarsi in un kebab.
Ci sono i viaggi a Gerusalemme per andare a prendere il visto al mio amico Yasser che altrimenti quel visto sul passaporto non lo potra' mai avere. Ci sono le reti di protezione di Hebron e i suoi muri.
C'e' l'emozione di raccontare ad altri cosa ha significato per me quell'anno della mia vita. E la voglia di provare a raccontare la differenza tra quello che pensavo il 13 dicembre del 2009 e quello che ho imparato con le suole delle mie scarpe.
C'e' il giusto e lo sbagliato. E io me la gioco lunedi la mia coerenza. O almeno ci provo.

Non e' la prima volta che "introduco e modero" un incontro. Ma questa volta questa responsabilita' ha un sapore diverso.
Tutte le altre volte l'ho fatto per delle iniziative radicali. Certo, il personale e' politico e non ho mai sostenuto nulla su cui non fossi d'accordo al 100%. Ma in quelle situazioni avevo le spalle coperte dal Partito, dal Movimento, da una storia piu' grande di me, da una teoria politica studiata da tanti altri e che io ho fatto mia nel corso del tempo, con dubbi e critiche.
Questa volta invece devo costruirmi da sola il mio discorso, la mia linea.
Tutto questo potrebbe agitarmi. Invece poi mi rendo conto che anche questa volta non sono sola.
Ci sono le storie che ho ascoltato nei miei 10 mesi palestinesi a farmi compagnia. Ci sono le passeggiate tra i vicoli stretti ma dignitosi dei campi profughi, ci sono le docce fatte con le bottiglie perche' l'acqua manca, ci sono i viaggi di due ore per raggiungere una Ramallah distante pochi km. Ci sono le notti a Gerusalemme e i ritorni a casa in taxi con il conducente ebreo israeliano che preferisce mollarmi a un collega arabo per la paura di trasformarsi in un kebab.
Ci sono i viaggi a Gerusalemme per andare a prendere il visto al mio amico Yasser che altrimenti quel visto sul passaporto non lo potra' mai avere. Ci sono le reti di protezione di Hebron e i suoi muri.
C'e' l'emozione di raccontare ad altri cosa ha significato per me quell'anno della mia vita. E la voglia di provare a raccontare la differenza tra quello che pensavo il 13 dicembre del 2009 e quello che ho imparato con le suole delle mie scarpe.
C'e' il giusto e lo sbagliato. E io me la gioco lunedi la mia coerenza. O almeno ci provo.
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17 maggio, 2010
Europa, Palestina, pace, nonviolenza
“ Per entrare davvero in un'ottica di lotta nonviolenta, voi europei dovete ricordare che lo spirito della pace è in ogni essere umano. Normalmente l'uomo rifiuta l'ingiustizia. C'è una sensibilità, un modo di pensare naturale e direi innato che spinge le persone verso la pace, verso l'impegno a diminuire le sofferenze della gente. Anche voi europei certamente custodite in voi questi sentimenti. In Europa poi non avete le stesse pressioni immediate e concrete che potrebbero portarviad agire in modo violento di fronte ai soprusi. Godete di stabilità e di sicurezza, rispetto a quello che il mio popolo vive e sopporta in Palestina. Dovrebbe essere più facile per voi essere nonviolenti. E allora osate. E aiutateci, sostenete la nostra lotta per mettere fine all'ingiustizia e all'occupazione! Fate pressione sui vostri governi attraverso i media. E fateci sentire umanamente tutta la vostra vicinanza, non dimenticateci.”
Parole pronunciate durante la marcia della pace Perugia-Assisi 2010 da Hafez Huraini, pastore palestinese di At Twani, villaggio a Sud di Hebron in Cisgiordania
Parole pronunciate durante la marcia della pace Perugia-Assisi 2010 da Hafez Huraini, pastore palestinese di At Twani, villaggio a Sud di Hebron in Cisgiordania
10 maggio, 2010
Notizie bomba
Ad aprile il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva deciso di non partecipare al summit di Washington sulla sicurezza nucleare. Avevano preso il suo posto il ministro dell'Energia e il responsabile dell'Intelligence, Dan Meridor. Voci di corridoio dicevano che Bibi non aveva voluto partecipare all'incontro per non subire le pressioni di Turchia ed Egitto per far aderire Israele al trattato di non proliferazione.
Leggo un articolo pubblicato su Padovanews in quei giorni:
Sono 189 i paesi che aderiscono al Tnp e fra questi vi sono tutti i paesi arabi. Solo Israele, India, Pakistan e Corea del Nord non ne fanno parte. Secondo le stime di GlobalSecurity.org, Israele possiede fra 250 e 500 armi nucleari. Lo stato ebraico non ha mai confermato ne' smentito di possederle, limitandosi a dichiarare che non sara' mai il primo paese ad usare queste armi in Medio Oriente. Un'adesione al Tnp comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari.
Mi aveva stupita questa notizia. Già in quei giorni avevo pensato che i mezzi di informazione non le avessero dato abbastanza rilievo.
Oggi leggo una nota d'agenzia della Reuters:
Israele è in grado di dichiarare guerra all'Iran, dichiara il vicepremier israeliano
mah...
tutti si preoccupano dell'Iran, ma a me sta frase un pochino mi spaventa. E anche questi due.
Leggo un articolo pubblicato su Padovanews in quei giorni:
Sono 189 i paesi che aderiscono al Tnp e fra questi vi sono tutti i paesi arabi. Solo Israele, India, Pakistan e Corea del Nord non ne fanno parte. Secondo le stime di GlobalSecurity.org, Israele possiede fra 250 e 500 armi nucleari. Lo stato ebraico non ha mai confermato ne' smentito di possederle, limitandosi a dichiarare che non sara' mai il primo paese ad usare queste armi in Medio Oriente. Un'adesione al Tnp comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari.
Mi aveva stupita questa notizia. Già in quei giorni avevo pensato che i mezzi di informazione non le avessero dato abbastanza rilievo.
Oggi leggo una nota d'agenzia della Reuters:
Israele è in grado di dichiarare guerra all'Iran, dichiara il vicepremier israeliano
mah...
tutti si preoccupano dell'Iran, ma a me sta frase un pochino mi spaventa. E anche questi due.
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Politica
20 settembre, 2009
tra taniche e carri armati
Avevo paura di dimenticare, invece mi sa che ricordo benissimo.
Ho ricordi nitidi che si mischiano con i disegni di una Milano nuova, che stento a riconoscere e in cui stento a riconoscermi.
Il ricordo sale osservando un sorriso, o raccontando una storia. Sale istintivo, a volte arrabbiato a volte lucido, analitico e circostanziato.
Ieri c'era la coda per entrare al Leoncavallo. E la calma con cui l'ho affrontata mi ha sorpresa. Forse dopo aver visto per mesi le persone scendere dall'autobus 124 che da Gerusalemme porta al Checkpoint 300, il collegamento/scollegamento con Betlemme, vivo le code con energie diverse.
Centinaia di uomini che ogni giorno tornano a casa dal lavoro, esibiscono carta di identita' verde, con scritta anche la loro "religione", al soldatino di guardia, appoggiano la mano sull'apposito lettore di impronte digitali e via, tornano a casa.
La mattina dopo saranno le tre di notte e sara' di nuovo coda per affrontare la gimcana che li porta dalla parte degli 8 metri di muro dove c'e' piu' lavoro, piu' salute, piu' scuola. E li' sara' metal detector e inginocchiarsi e togliersi le scarpe e ripassare decine di volte, senza cintura, senza calze, senza giubbotto...
E guardavo le foto dei ragazzi del Leoncavallo che lanciano mattoni dalla cima del loro edificio, sulla polizia che avanza durante uno dei tanti ordini di sgombero.
E pensavo a chi manifesta ogni settimana a Bilin senza magari lanciare nemmeno una pietra. E poi muore colpito in pieno petto da un lacrimogeno. E basta, niente piu' sorrisi e niente piu' generosita'.
Antonio mi chiede se i ragazzi palestinesi sono curiosi o diffidenti verso il "nostro mondo". E la risposta che sale istintiva e'che questo mondo la maggior parte di loro non se lo immagina neanche. Si', vedono qualcosa in tivu e chi di loro ha studiato di piu' ha voglia di andare in giro, vedere. Ma la maggior parte di loro e' gia' un miracolo se ha visto Gerusalemme. Alcuni forse non hanno nemmeno mai visto il mare.
E allora questo mette tutto sotto un'altra luce.
Mi sono accorta tante volte in questi mesi che Israele e la Palestina non sono il centro del mondo, ma staccarsi da quello che e' stato il tuo centro e' doloroso. Piu' di quanto pensassi.
Ho negli occhi le immagini delle vie strette dei campi profughi, dove per passare tra una casa e l'altra a volte e' piu'comodo mettersi di profilo. Dove si sente distintamente se uno tira l'acqua, starnutisce, ride o piange. E ho negli occhi le immagini delle taniche sui tetti e dei panni stesi.
E il ricordo di me che ogni volta guardando verso l'alto penso che "tank" vuol dire sia carro armato che tanica.
Ho voglia che arrivino le foto che stanno attraversando il Mediterraneo e ora per ricordare meglio accendo il narghile'...
Ho ricordi nitidi che si mischiano con i disegni di una Milano nuova, che stento a riconoscere e in cui stento a riconoscermi.
Il ricordo sale osservando un sorriso, o raccontando una storia. Sale istintivo, a volte arrabbiato a volte lucido, analitico e circostanziato.
Ieri c'era la coda per entrare al Leoncavallo. E la calma con cui l'ho affrontata mi ha sorpresa. Forse dopo aver visto per mesi le persone scendere dall'autobus 124 che da Gerusalemme porta al Checkpoint 300, il collegamento/scollegamento con Betlemme, vivo le code con energie diverse.
Centinaia di uomini che ogni giorno tornano a casa dal lavoro, esibiscono carta di identita' verde, con scritta anche la loro "religione", al soldatino di guardia, appoggiano la mano sull'apposito lettore di impronte digitali e via, tornano a casa.
La mattina dopo saranno le tre di notte e sara' di nuovo coda per affrontare la gimcana che li porta dalla parte degli 8 metri di muro dove c'e' piu' lavoro, piu' salute, piu' scuola. E li' sara' metal detector e inginocchiarsi e togliersi le scarpe e ripassare decine di volte, senza cintura, senza calze, senza giubbotto...
E guardavo le foto dei ragazzi del Leoncavallo che lanciano mattoni dalla cima del loro edificio, sulla polizia che avanza durante uno dei tanti ordini di sgombero.
E pensavo a chi manifesta ogni settimana a Bilin senza magari lanciare nemmeno una pietra. E poi muore colpito in pieno petto da un lacrimogeno. E basta, niente piu' sorrisi e niente piu' generosita'.
Antonio mi chiede se i ragazzi palestinesi sono curiosi o diffidenti verso il "nostro mondo". E la risposta che sale istintiva e'che questo mondo la maggior parte di loro non se lo immagina neanche. Si', vedono qualcosa in tivu e chi di loro ha studiato di piu' ha voglia di andare in giro, vedere. Ma la maggior parte di loro e' gia' un miracolo se ha visto Gerusalemme. Alcuni forse non hanno nemmeno mai visto il mare.
E allora questo mette tutto sotto un'altra luce.
Mi sono accorta tante volte in questi mesi che Israele e la Palestina non sono il centro del mondo, ma staccarsi da quello che e' stato il tuo centro e' doloroso. Piu' di quanto pensassi.
Ho negli occhi le immagini delle vie strette dei campi profughi, dove per passare tra una casa e l'altra a volte e' piu'comodo mettersi di profilo. Dove si sente distintamente se uno tira l'acqua, starnutisce, ride o piange. E ho negli occhi le immagini delle taniche sui tetti e dei panni stesi.
E il ricordo di me che ogni volta guardando verso l'alto penso che "tank" vuol dire sia carro armato che tanica.
Ho voglia che arrivino le foto che stanno attraversando il Mediterraneo e ora per ricordare meglio accendo il narghile'...
09 settembre, 2009
Palestina: capire il torto, di Paolo Barnard
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Parte 3
Parte 4
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Parte 7
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- http://barbielucy.splinder.com/post/13117768/voglio-un-mondo-rosa-shokking
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