provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)

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01 marzo, 2011

Manifestazione nonviolenta repressa con lacrimogeni e proiettili di gomma (o 'Il giornalismo che vorrei')

Sono incappata in un video pubblicato a dicembre sul sito del Corriere. Ho giocato alla piccola antropologa dei media, sbobinandolo e provando a vedere che effetto fa la stessa storia raccontata con parole diverse.
In corsivo la voce narrante del video, in grassetto l'altra versione.


Titolo video.corriere.it "Scontri tra palestinesi ed esercito israeliano. Cisgiordania, proteste contro la barriera"

Titolo alternativo
L'esercito israeliano reprime con lacrimogeni e proiettili di gomma una manifestazione nonviolenta. Un ferito e decine di arresti tra i manifestanti.


Hanno tentato di assalire un checkpoint vicino al muro di separazione costruito dal Governo israeliano in Cisgiordania provocando cosi' la reazione dei militari. Sono durati alcune ore gli scontri tra l'esercito israeliano e un centinaio di manifestanti palestinesi che chiedevano di oltrepassare il posto di blocco.

Anche questo venerdi il Comitato Popolare di Bilin ha organizzato la manifestazione contro la costruzione del Muro israeliano, che sta confiscando il 60 % delle terre del villaggio. Come ogni venerdi la manifestazione e' stata repressa dall'esercito israeliano con il lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma sparati ad altezza- uomo. Uno dei manifestanti e' rimasto ferito e molti sono stati arrestati.

Le proteste dei palestinesi si susseguono da settimane in Cisgiodarnia. Manifestano contro le barriere dichiarate illegittime dall'Alta Corte Europea {sic} nel 2004 ma che Israele continua a costruire.

Nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato illegale la costruzione del muro. In questi anni gli abitanti del villaggio di Bilin hanno depositato diverse denunce presso la Corte Suprema Israeliana per chiedere la verifica dei permessi di costruzione del muro e la contemporanea interruzione dei lavori. Nella maggior parte dei casi i ricorsi sono stati vinti dai palestinesi.

Nel 2006 e' stato aggiunto un segmento di 110 km alla costruzione originale in modo che la barriera dividesse alcuni insediamenti ebraici a Gerusalemme dalle zone musulmane.

Dal 2006, nonostante la dichiarata illegalita', i lavori sono proseguiti, con l'aggiunta di ulteriori 110 km. Il Governo di Israele afferma che la costruzione e' necessaria per separare separare le colonie ebraiche costruite nei Territori Palestinesi Occupati dai villaggi musulmani.


Secondo le associazioni umanitarie la barriera ha di fatto isolato oltre 60,000 palestinesi dal resto della Cisgiordania.


Parecchi esempi dimostrano le contraddizioni del Governo israeliano. La costruzione del muro non corre lungo la Linea Verde e non separa le colonie ebraiche dai 'villaggi musulmani'. Il tracciato del muro si insinua all'interno della Green Line, confiscando le terre palestinesi maggiormente ricche di risorse idriche e separando le popolazioni dei villaggi palestinesi sia dalle terre coltivate sia dai loro concittadini, che spesso si trovano a vivere in vere e proprie enclavi.


[l'esempio del villaggio palestinese di Al Khas]




L'esempio di lotta nonviolenta di Bilin ha ispirato la costituzione di altri Comitati popolari, costituiti dai residenti palestinesi di altri villaggi afflitti dalla confisca delle terre. Al loro fianco, tutti i venerdi, manifestano anche attivisti israeliani e internazionali.

Le foto di Bi'lin

26 gennaio, 2011

Queste sono 483 parole



Credo di non aver mai scritto una bozza di quello che poi avrei pubblicato su questo blog.

Ma stasera, in questa casa ancora non collegata a Internet, scorrono dei pensieri a cui voglio dare spazio su Poguemahoney, e l'unico modo che ho per farlo è immaginare il rassicurante controrno dei link e delle immagini.

Devo scrivere entro giovedi 300 parole per Soas Spirit. Ho letto e riletto i materiali sull'iniziativa Iraq Libero dei Radicali. Ho preso appunti e fatto schemi. Per poi realizzare che 300 parole corrispondono solo a 3 volte queste poche righe.

Ho capito finalmente cosa intende Pannella quando dice che la pace in Iraq era a un passo e invece Bush e Blair hanno preferito fare la guerra. Saddam poteva andare in esilio se solo glielo avesse chiesto la Lega Araba e non 'l'Occidente'. E invece le vie diplomatiche si sono fermate. La 'ragion di stato' ha preso il sopravvento sulla 'coscienza di stato', dice Pannella.

Ho capito che l'unica domanda da fare adesso a Tony Blair è PERCHE'? La domanda all'ex Primo Ministro Inglese la può porre solo la Commissione Chilcot, l'unica fino a questo momento istituita ufficialmente da uno dei Governi che ha dato il via al massacro della popolazione iraqena nel 2003.

Ho capito che cosa mi ha arricchita nel partecipare alla Veglia per la verità del 20 gennaio. Quando insieme a un altro manipolo di pazzi abbiamo passato una notte in una via semideserta di Londra, a presidiare il luogo della Commissione. Mi ha riempito il cuore l'aver dato il mio corpo per la verità: 'siate il cambiamento che volete vedere nel mondo'. La me sognatrice pensa ancora che in questo mondo abbia un senso cercare la verità.


Non so se l'esilio di Saddam sarebbe davvero stata una scelta politica valida. Il posto dove studio, le cose che leggo in questo periodo, i viaggi che mi faccio tra biblioteche, metropolitane e coffe shop con più o meno stabili reti wi-fi mi stanno facendo mettere in discussione tutto, anche la diplomazia , gli equilibri e le relazioni transnazionali, che sì, mi rendo sempre più conto, spesso sono basate su finzioni, rappresentazioni e colonialismi-di vecchio o nuovo stampo. Dove le 'democrazie' (con sempre più virgolette) rappresentano sempre il bene e gli altri rappresentanto sempre il male. In una dinamica di etichette che spesso nasconde tanta ipocrisia.

Ma quello che so è che una verità da cercare c'è sempre. Per quanto scomoda e nascosta.

E se quella verità può contenere una spiegazione di come si sarebbe potuto evitare almeno in parte un massacro di vite innocenti, beh, io per quella verità il freddo ho ancora voglia di sentirlo nelle ossa.

E se ci sono 10 pazzi che il freddo lo prendono con me mi sento meno sola quando cerco di orientarmi tra singoli frammenti di piccole verità.

04 novembre, 2010

Riflessioni sui riflettori



Tre anni fa le manifestazioni dei monaci birmani contro il regime dei generali avevano shockato tutto il mondo. Un coraggio e una determinazione che, quando le avevo riviste narrate in Burma VJ, mi avevano dato i brividi.

Già qualche mese dopo le manifestazioni il sipario del silenzio era calato. Nessuno indossava più il colore rosso-zafferrano usato come simbolo di solidarietà ai monaci e al popolo birmano oppresso.

In pochi mesi le immagini di orrore sono state dimenticate. Il cuore ha la memoria breve diceva qualcuno.





Adesso, tra meno di una settimana, si svolgeranno le "elezioni". Ed è arrivato il momento di vedere se anche i media hanno la memoria breve.

Leggo sul sito di Equilibri che "Il partito di opposizione, la Lega Nazionale per la Democrazia, ha deciso di boicottare le elezioni bollandole come “ingiuste e anti-democratiche”, e sta incitando i cittadini a disertare le urne. La stessa leader per la democrazia in Birmania, Aung San Suu Kyi dal carcere ha deciso che non voterà in questa tornata, pur figurando nelle liste elettorali."


E' un'iniziativa molto coraggiosa, che nel contesto del regime birmano potrebbe avere conseguenze anche tragiche e violente. I media aspetteranno i massacri per dedicare le prime pagine all'appello di questo popolo? O forse si possono coprire le elezioni già da adesso in modo da ridurre il dramma e il dolore?

08 luglio, 2010

Israele sotto attacco...



“Sei anni fa, una donna palestinese che dopo nove anni di cure contro la sterilità era rimasta incinta di due gemelli e stava per partorire, venne bloccata dai militari israeliani a un check-point. Partorì lì, ma i piccoli non riuscirono a sopravvivere. In quelle stesse ore, mia nuora metteva al mondo due gemelli. Capisce? Ho due nipoti che oggi hanno sei anni e non posso non pensare a quella donna. Se fossi stata lì, forse avrei potuto salvarli”.(una donna israeliana del gruppo Machsom Watch- donne contro l'occupazione e per i diritti umani)

http://it.peacereporter.net/articolo/2703/Donne+coraggiose

26 giugno, 2010

Imparare la nonviolenza...in Palestina

Saltellando su internet e in particolare su facebook capita di imbattersi in immagini che esprimono il turbine dei sentimenti di confusione e di dolore meglio delle parole. Anche perchè la rabbia di questi ultimi giorni fatica a trasformarsi in parole.



Qui i fatti di questi giorni...
http://www.infopal.it/leggi.php?id=15142

ps. c'è sempre da migliorare, però:
Israele e Palestina - dai territori alla freedom flottiglia, l'embargo israeliano e i rapporti con la comunità internazionale

06 giugno, 2010

Sono radicale perche'...

...il Partito Radicale e':

NONVIOLENTO
GANDHIANO
TRANSNAZIONALE
TRANSPARTITO
DEMOCRATICO
AMBIENTALISTA
ECOLOGISTA
FEDERALISTA DEMOCRATICO
LAICO
FEDERALISTA EUROPEO
LIBERALDEMOCRATICO
LIBERALSOCIALISTA
LIBERTARIO
ANTIAUTORITARIO
ANTIPROIBIZIONISTA
ANTIPARTITOCRATICO
ANTIMILITARISTA
ANTICLERICALE
LINGUA INTERNAZIONALE

http://www.radicalparty.org/

17 maggio, 2010

Europa, Palestina, pace, nonviolenza

“ Per entrare davvero in un'ottica di lotta nonviolenta, voi europei dovete ricordare che lo spirito della pace è in ogni essere umano. Normalmente l'uomo rifiuta l'ingiustizia. C'è una sensibilità, un modo di pensare naturale e direi innato che spinge le persone verso la pace, verso l'impegno a diminuire le sofferenze della gente. Anche voi europei certamente custodite in voi questi sentimenti. In Europa poi non avete le stesse pressioni immediate e concrete che potrebbero portarviad agire in modo violento di fronte ai soprusi. Godete di stabilità e di sicurezza, rispetto a quello che il mio popolo vive e sopporta in Palestina. Dovrebbe essere più facile per voi essere nonviolenti. E allora osate. E aiutateci, sostenete la nostra lotta per mettere fine all'ingiustizia e all'occupazione! Fate pressione sui vostri governi attraverso i media. E fateci sentire umanamente tutta la vostra vicinanza, non dimenticateci.”

Parole pronunciate durante la marcia della pace Perugia-Assisi 2010 da Hafez Huraini, pastore palestinese di At Twani, villaggio a Sud di Hebron in Cisgiordania

30 aprile, 2010

Tortura di Stato: il carcere, la nonviolenza e la testa dura di Rita Bernardini

23 NOVEMBRE 2009- "Non si può più aspettare, è tempo di lottare contro quella che ormai è diventata una tortura." Rita Bernardini al quinto giorno di sciopero della fame>, L'Italia è al 156° posto (su 181) per quanto riguarda l'efficienza della giustizia, dietro al Gabon.

"E' per questo che io ho iniziato uno sciopero della fame, da cinque giorni, insieme ad altri militanti radicali e non solo, affinchè venga calendarizzata una mozione parlamentare che impegna il Governo ad attuare una serie di misure che devono essere urgentemente prese. Cioè, non possiamo aspettare il Piano carceri, carceri che, se andrà bene saranno costruite tra tre anni. Qui la situazione è divenuta invivibile, veramente disumana, contro ogni legge internazionale. Qui rischiamo di arrivare ai livelli veri e propri della tortura."





12 gennaio- viene discussa e votata la mozione promossa dai deputati radicali nel PD e firmata da oltre 90 parlamentari che cerca di riportare il sistema carcerario italiano nella legalità

"Adesso vedremo quali parti della mozione saranno approvate, una cosa è certa. Così come quando i sindacati strappano un contratto sanno che poi inizia la lotta per farlo attuare, la mozione e le parti che saranno votate saranno per noi radicali, speriamo con i cittadini,l'inizio della lotta perchè quella mozione sia effettivamente attuata, perchè la situazione non può essere risolta con i piani carcere."



E intanto al 28 aprile 2010 i suicidi in carcere erano 22.
E ci sono quasi 68,000 detenuti, per una capienza di 43,000 posti.



LA LOTTA CONTINUA...da 16 giorni
http://www.corriere.it/politica/10_aprile_30/emergenza-carceri-radicali-sciopero-fame_c02ab770-546c-11df-a5b5-00144f02aabe.shtml

02 febbraio, 2009

Le tre parti del cuore di Sderot

di Virginia Fiume

"Questa Guerra non mi ha fatto sentire nè sicura nè tranquilla. Mi spaventa vedere la città vestita a festa, con bandierine israeliane che sventolano ad ogni angolo". Le parole pronunciate meno di mezz'ora fa da Nomika Zion, coraggiosa donna israeliana, membro del gruppo Other Voice, mi rimbombano nella testa mentre, in cima a una collina, osservo le morbide linee verdi che conducono il mio sguardo verso Gaza City. In cielo due palloni aereostatici controllano la situazione, dal momento che il cessate il fuoco non permette all'aviazione israeliana di sorvolare la zona.

Davanti a me si stendono i 360 km² più densamente popolati del Medio Oriente: la Striscia di Gaza. 1.500.000 palestinesi che dal 2007, dalla vittoria di Hamas contro Fatah, vivono intrappolati nella loro stessa terra, con l'embargo di Israele e senza quasi poter ricevere gli aiuti umanitari dalla comunità internazionale, dal momento che il loro partito di Governo è nella lista dei movimenti terroristici. Un pezzettino di terra dove, secondo i dati delle Nazioni Unite, il tasso di disoccupazione è del 50% e dove il 78% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà, dove a causa dell'embargo scarseggiano, fino a mancare del tutto, petrolio, gas, acqua ed elettricità. Un pezzettino di terra dove i prezzi di qualunque alimento sono altissimi e dove le code per il pane possono durare anche cinque ore . Si è creata una vera e propria crisi umanitaria, da cui gli abitanti di Gaza non possono nemmeno decidere di fuggire: i confine sono chiusi, sigillati. Non si passa in Israele e non si passa nemmeno in Egitto.

Dall'altra parte della collina, alle mie spalle, Sderot. Cittadina tristemente famosa per essere il bersaglio dei razzi qassam, lanciati dai guerriglieri palestinesi, in risposta all'embargo e alle incursioni dei soldati israeliani.
Sderot, 20.000 abitanti, di tutte le etnie e provenienti dalle più diverse parti del mondo. "Una citta' multitribale e multiculturale" come l'ha definita Nomika stessa durante il nostro incontro, avvenuto nella sua casa, uno dei nuclei dell'urban kibbutz Migvan, il cui nome significa appunto diversità. Una citta' di 20.000 abitanti. Il 45% della popolazione è costituito da ebrei immigrati dall'ex Unione Sovietica, dalla Georgia, dalla Repubblica Ceca, dalla Cecenia. Il 30% è costituito dai fondatori, la classe media, proveniente dal Marocco. Un piccolo 3% da etiopi a cui si aggiungono 400 Palestinesi che hanno collaborato con la Shabbak, la polizia segreta israeliana. Il resto della popolazione è formato da Orangisti (sionisti nazionalisti che fino al 2005 abitavano negli insediamenti all'interno della Striscia e che sono stati evacuati) e estremisti religiosi appartenenti al movimento Habbad. "Un mosaico complicato dove però ci sono due cose che tutti abbiamo in comune: i razzi qassam e l'amore per Sderot. Per parlare in termini psicologici si può dire che tutti gli abitanti di questa città vivono in condizioni traumatiche da 8 anni. Le sirene che avvertono dell'arrivo dei qassam, 15 secondi per raggiungere il più vicino bunker di sicurezza, la continua incertezza per i nostri figli, la paura…lo stress emotivo, i bambini in depressione clinica che non hanno mai visto una realtà diversa, l'abbassamento del sistema immunitario" racconta Nomika, mentre noi sette la ascoltiamo silenziosi nel suo salotto. Un salotto che dall'inizio della Guerra a Gaza ha visto decine e decine di interviste. Perchè la voce di questa donna è una delle pochissime voci che a Sderot si oppongono alle politiche di sicurezza di Israele e alla Guerra.

"Certi giorni si arriva anche a sessanta razzi al giorno, un inferno. Con la consapevolezza che a pochi kilometri da noi i nostri vicini vivono un altro inferno, a causa delle ripercussioni di Israele e delle condizioni disumane a cui sono costretti. Un anno fa, a gennaio, un gruppo di venti di noi abitanti di Sderot si è incontrato per la prima volta per parlare dei nostri sentimenti, della nostra situazione. Individui provenienti da diverse realtà, di destra e di sinistra, religiosi e non, giovani e vecchi. Per la prima volta non mi sono sentita sola. Ci siamo accorti che nessuno di noi vedeva gli abitanti di Gaza come dei nemici, ma come esseri umani con cui era assolutamente necessario costruire ponti, creare dei canali di comunicazione". E' così che sono nate le riunioni di Other Voice, con un cellulare sul tavolo per parlare con gli amici di Gaza, condividere le sofferenze e raccontarsi le vite quotidiane, sotto attacco e sotto assedio. Ed è nato il blog http://gaza-sderot.blogspot.com dove due uomini, uno di Gaza e uno di Sderot, hanno iniziato a scriversi, nascosti dietro l'anonimato di Peaceman e Hopeman.

Parla quasi per un'ora Nomika Zion, è un fiume di lucide emozioni mentre ci racconta tutti i tentativi fatti per costruire un ponte di pace e speranza tra Gaza e Sderot, a prescindere dalle politiche monolitiche, nazionaliste e militariste del suo stesso governo. "L'unica volta in cui ho sentito che il mio governo mi stava veramente difendendo è stata durante il cessate il fuoco di giugno. Per la prima volta ci siamo sentiti sicuri. Ma è stata un'occasione sprecata. Poteva essere un tempo per cercare la pace. Ma a questo punto non credo che i nostri leader vogliano davvero la pace. Hanno davvero fatto di tutti per cercare una negoziazione? Hanno davvero cercato di risolvere la questione dei confini e dell'embargo? Hanno davvero cercato in capo al mondo i mediatori più adatti alla situazione? E mi domando, se anche riuscissero a cancellare Hamas, chi prenderebbe il suo posto? Al Qaeda?". Nomika è preoccupata per quella che definisce la sua fragile democrazia. "Durante la Guerra è stato fatto un sondaggio qui al Siper College. Il 40% degli studenti ha detto che alle elezioni voterebbe Avigdor Lieberman, rappresentante dell'estrema destra più razzista. Sono davvero terrorizzata per quello che sta succedendo, ripongo le mie speranze in Barak Obama".

L'8/8/08, primo giorno dei giochi olimpici di Pechino, una data simbolica, i membri del gruppo Other Voice hanno provato a incontrarsi con i loro amici di Gaza. Una biciclettata fino alla collina dove mi trovo adesso, indossando magliette con una semplice scritta in arabo, ebraico e inglese: "Ciao Gaza, Sderot è qui". "Avevamo pensato a un gesto simbolico durante il cessate il fuoco, un modo per poter provare a guardarci in faccia, anche se separati da un confine. I bambini avevano portato degli aquiloni. Ma purtroppo dall'altra parte non è arrivato nessuno. Avevano troppa paura di Hamas. Siamo solo persone che vogliono la pace, che vogliono stare insieme, e vengono fermate da due leadership che tutto vogliono fuorchè la pace".

Mentre me ne sto appollaiata sulla collina penso che, in condizioni normali, si impiegano 25 minuti da Sderot per raggiungere il cuore di Gaza. Penso alla bellezza del significato simbolico di un aquilone. E ricordo che Nomika ci ha raccontato, riportando le parole dei fondatori di Sderot provenienti dal Marocco, che c'è stato un tempo in cui gli abitanti di questa città andavano al mare a Gaza, che gli abitanti delle due zone più vicine e più lontane di tutto il Medio Oriente studiavano insieme al Siper College. Mentre ora non possono neanche vedersi in faccia.

Il taxi mi aspetta per tornare verso Gerusalemme. Mentre mi lascio alle spalle le inquietanti bandiere israliane che inneggiano alla guerra per le strade di Sderot penso ai due anonimi senza volto Peaceman e Hopeman. Penso che non vedo l'ora di leggere le loro parole sul blog.
E poi penso a Nomika, penso al fatto che un pezzo del suo cuore è rimasto nel mio quando ha detto: "Il mio cuore è diviso in tre. Una parte tutta mia, stanca di vedere le strade vuote mentre corre verso le stanze di sicurezza. Una parte per l'esercito. Per quei padri, figli, mariti, fratelli, amici, che avranno per sempre l'anima inquinata dall'odio. E una parte per i miei amici di Gaza. Quando hai nomi e volti dall'altra parte di un confine e sai che soffrono tremendamente, il cuore sembra essere troppo piccolo per contenerli tutti".

22 novembre, 2007

senza perdere la tenerezza

Le persone sono generose.
L'amore esiste.
Il mondo si può cambiare.
Io sono una bella persona.
Sono circondata di belle persone.
Bisogna saper dire grazie e scusa al momento giusto.

Oggi mi sento a metà tra "Desiderata" e "Se"

Procedi con calma tra il frastuono e la fretta e ricorda quale pace possa esservi nel silenzio.


Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!".


Ho scovato le preziose parole di un'amica grazie al potere di internet.

"I massimi sistemi, i micro pregiudizi e i macro conflitti mi fanno sempre riflettere, fino a dover scoppiare a piangere per forza, per liberarmi dal senso di impotenza che avverto e che può gettare nel nichilismo."

Insomnia cafè, Notizie Radicali, il 9 ottobre.

Parla di nonviolenza, amore, generosità.

Il 9 ottobre è l'anniversario della morte di Che Guevara.

La sua biografia più famosa si chiama "Senza perdere la tenerezza..." di Paco Ignacio Taibo II.
E' un libro lunghissimo. Confesso che non l'ho letto tutto.
So solo che mi sarei fermata al titolo.

Senza perdere la tenerezza.

Cerco una canzone ma non la trovo.

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