C'è stato un
tempo in cui l'autunno era la stagione delle okkupazioni
studentesche. Poi sono
arrivate le primavere arabe e la crisi economica, e i messaggi sono
diventati transnazionali, diffusi via internet, in inglese.
Tutto è
cominciato dal movimento autorganizzato Occupy Wall Street, e s'è
propagato, come auspicavano gli organizzatori, in ogni angolo del
mondo. Se si utilizzano google e twitter per fare una rassegna si
nota come la maggior parte dei gruppi #occupy sia di matrice
territoriale, da San Francisco ad Avellino, ma si rimane anche
sorpresi dalle iniziative tematiche.
Il 16 gennaio la comunità
religiosa afro-americana, ispirandosi a Marthin Luther King, ha
organizzato #occupythedream in 16 città degli Stati Uniti. Qualche
giorno fa è stata la volta della mobilitazione OccupySundance:
obiettivo il Sundance Film Festival nello Utah. I burloni hanno preso
spunto dal calendario e abbiamo assistito a creazioni come
#occupyHalloween a cui non poteva che fare seguito #occupyxmas.
Qualche settimana fa è nata la versione italiana di #occupypoetry su
twitter, dove per giorni si sono rincorse citazioni di poeti noti e
meno noti. I "creativi" si sono riuniti in #occupydesign. A
casa nostra i giornalisti di Liberazione hanno organizzato
#OccupyLiberazione, per rivendicare i diritti dei giornalisti
precari.
Ma tra le iniziative quella che forse ha più possibilità
di penetrazione è #occupyGeorge: si propone di stampare infografiche
sulla crisi sulle banconote da un dollaro.
Quelle ancora per un po'
dovrebbero circolare.
di Virginia Fiume, articolo pubblicato su Saturno il 27 gennaio 2012

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