Scopro su Facebook un video sul perchè uscire da Facebook.
Penso che non lo farò. Ma il video è ben fatto. Uno dei pochi video che si riescono a guardare dall'inizio alla fine anche se dura 6.00 minuti. In rete sei minuti non sono pochi.
Ma possono farti pensare per tutta la giornata.
Una sequenza di cartelli, ideata da un certo Ross Gardiner che li fa scorrere con una faccina simpatica come un emoticon. Il video prodotto dalla Sonny Side Films, sta spopolando in rete. Soprattutto su Facebook.
E' partito dalla Korea, dove Gardiner vive da un anno. Mentre lo guardavo la mente tornava alle mie sensazioni dopo aver visto "The Social Network" e alla mia differenza di vedute con Mr. Severgnini.
Faccio un giro su facebook, e tra un video e l'altro sento l'odore dell'Italia che non mi piace.
Non il profumo dei limoni delle Cinque Terre o dei pini di Roma. Nemmeno quello pungente della neve delle mie montagne preferite in Lombardia.
Sento la puzza che sulla strada statale di Taranto si propaga dalla industrie della zona, dall'Eni all'Ilva. La puzza di zolfo che invade il Rione Tamburi, rendendo la fragranza del mare e del vento solo un lontano ricordo.
La puzza di urina e sudore. Simile a quella che ha invaso il sovraffollato carcere della Dozza in due giorni senz'acqua. La puzza che nega la dignità ai detenuti delle prigioni di un paese che si definisce democratico e civile e che rinchiude in un inferno migliaia di esseri umani.
La puzza dei lacrimogeni della polizia, che in questi giorni prende a mangannellate chi dissente con le scelte del potere.
Un miscuglio di odori nauseanti, che mi sta facendo venire mal di testa. Che se si accompagna al colore dei lividi di Stefano Cucchi o al rosso del sangue dei muri della Scuola Diaz di Genova nel 2001
Stasera una serie di coincidenze ha risvegliato la mia parte più femminista.
Serata al cinema Apollo a Piccadilly Circus. E' in scena il festival del cinema iraniano. Guardiamo tre cortometraggi. Uno di loro si chiama Rough Cut, di una giornalista e regista iraniana che scrive anche su Internazionale: Firouzeh Khosrovani. Parla dello strano destino dei manichini a Teheran. Di guardie della morale che vedono corpi femminili anche dove ci sono solo fili e delle mutilazioni che i commercianti devono fare per far sì che i manichini siano accettabili per la morale della Repubblica Islamica d'Iran.
E la mia parte femminista inizia ad arrampicarsi attraverso i fori neri che vengono lasciati da un apposito seghetto in corrispondenza di quello che era il seno di un manichino femminile.
Dopo un pomeriggio passato a leggere del femminismo nel mondo islamico e a interrogarmi su come colonizzatori e colonizzati si siano sempre sentiti autorizzati a combattere la loro battaglia sul corpo delle donne (Heideh Moghissi, Oriental sexuality: imagined and real" in Feminism and islamic fundamentalism- The limits of postmodern analysis, 1999)mi ritrovo a casa a guardare su facebook il video di Emma Bonino a Vieni via con me.
E' proprio il corpo delle donne il filo conduttore del suo discorso.
# Chissà se esiste davvero una nipote di Mubarak. Esiste però una signora Mubarak in prima linea contro le mutilazioni genitali femminili. E la signora Clio Napolitano e molte first-lady dell'Africa e del mondo hanno firmato un appello per la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili. Non lo sapevate? Ora lo sapete. # Nel 1993 la signora Lorena Bobbit evirò suo marito con un coltello. Ci fu molto scalpore per una singola mutilazione genitale maschile. Ma le donne che hanno subito mutilazioni genitali sono nel mondo circa 130 milioni. Ogni anno, 3 milioni di bambine.
"Dico vagina perchè voglio che la gente reagisca" Eve Ensler, I monologhi della vagina
E come ogni tanto mi capita, mi sento fortunata quando riesco a lasciare che quel frammento di femminismo si arrampichi attraverso buchi neri, passi attraverso occhi commossi, fino a sfociare in un fiume di parole veloci su una tastiera.
Stasera assaporo il mio distacco dall'Italia. Non solo il distacco fisico, ma anche quello mentale. E' un distacco benefico, che allontana dagli schemi in cui ci si rischia di irrigidire frequentando- alla fine- sempre le stesse persone, finendo col parlare gli stessi linguaggi, indossando gli stessi occhiali per guardare la realtà.
Poi arriva una sera londinese, in cui fa freddo per uscire, e in cui the internet è l'unica compagnia. Una di quelle sere in cui mi mi prendo il tempo per me, in compagnia di Calma e Pazienza.
Nelle banalizzazioni di tutti i giorni mi immaginavo un "komunista", incappucciato per nascondersi dalle forze dell'ordine messicane. Insomma. per usare un termine che di questi tempi funziona un po' in tutte le stagioni...una specie di "terrorista".
Dopo un minimo di selezione, che più o meno corrisponde allo zapping che si farebbe con il telecomando, trovo finalmente le 5 parti di un documentario che sembra fare al caso mio: "L'altro Messico", scritto e diretto dalla giornalista Francesca Nava.
Spengo la luce, mi spalmo sulla sedia e mi lascio trasportare, seguendo "l'altra campagna": un viaggio per le strade del Messico, in contemporanea alla campagna elettorale delle elezioni presidenziali del 2006. Il Sub Comandante Marcos non chiedeva voti, non invitava ad unirsi al movimento zapatista, ma solo a pensare, riflettere
E cosi', in poco meno di un'ora, scopro che cosa significa il passamontagna, vedo in faccia lo scrittore Paco Ignacio Taibo II, mi ritrovo a pensare come la politica sia snaturata in tutti i posti del mondo e come la creatività possa essere l'unica soluzione per mettere insieme persone diverse.
Penso anche che, forse, in Italia non abbiamo ancora abbastanza fame per inventarci forme di lotta cosi' intense. Penso che sono ancora troppo poche le persone che avrebbero il coraggio di coprirsi il volto per rappresentare il silenzio a cui cerca di costringerci il potere.