"Milano è un'arma puntata alla mia testa.
Milano è un'arma conficcata nel mio cuore. Ho visto ragazze e ragazzi scappare da questa città, illudendosi che felicità e risposte stessero altrove. Io posso impadronirmi di Milano per tenere sotto mira la mia vita. Posso impugnare Milano e infilamela in bocca, e perdermi per sempre tra la Stazione Centrale e il Giambellino, tra le catacombe del metrò e Quarto Oggiaro. Oppure posso disinnescare Milano e provare a viverla, rendendo innocua l'immensa stanza in cui mi sveglio e mi addormento per sognare il futuro."
francesco gallone, Milano è un'arma, 2007, eclissi editrice
http://www.camporosso.blogspot.com/
provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)
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28 agosto, 2008
15 luglio, 2007
Malinconici e sorridenti arrivederci
Ascolto il meglio del Blue Note. Mi culla in una malinconica nostalgia.
Ho appena finito di sudare sul 55N. Eravamo tanti, stipati. Non conoscevo nessuno ma non mi sentivo sola.
Sono stata accolta bene da questa città, dalle persone che ho incontrato. Mi mancano i volti di tutti i giorni. Li ho trascurati nei miei ultimi giorni milanesi, presa dalle mille fatiche di ogni giorno. Ho confuso giorni, ore, minuti e secondi. E ora cerco di prendere contatto con quello che voglio. Con quello che voglio sul serio.
Scopro la storia che da sette mesi a questa parte ha iniziato a fare parte di me.
Ascolto i cidi fatti da mia sorella, penso ai quadri che voglio staccare da questi muri e alle foto che voglio attaccarci. Settimana prossima da Milano porterò la mia macchinetta per stampare le foto.
E' tutto così irreale. Dalla notte aspettando un taxi che non passerà mai all'aperitivo con persone che acquisicono un volto diverso quando sono sedute dietro a un tavolio, con i loro vizi e le loro idiosincrasie.
Ma mi manca essere seduta dietro ad altri tavolini, con altre persone e altre paure.
Non scrivo a nessuno per anestetizzare la nostalgia.
E come sempre Vasco mi offre le risposte che le mie dita non riescono a scrivere
Ho appena finito di sudare sul 55N. Eravamo tanti, stipati. Non conoscevo nessuno ma non mi sentivo sola.
Sono stata accolta bene da questa città, dalle persone che ho incontrato. Mi mancano i volti di tutti i giorni. Li ho trascurati nei miei ultimi giorni milanesi, presa dalle mille fatiche di ogni giorno. Ho confuso giorni, ore, minuti e secondi. E ora cerco di prendere contatto con quello che voglio. Con quello che voglio sul serio.
Scopro la storia che da sette mesi a questa parte ha iniziato a fare parte di me.
Ascolto i cidi fatti da mia sorella, penso ai quadri che voglio staccare da questi muri e alle foto che voglio attaccarci. Settimana prossima da Milano porterò la mia macchinetta per stampare le foto.
E' tutto così irreale. Dalla notte aspettando un taxi che non passerà mai all'aperitivo con persone che acquisicono un volto diverso quando sono sedute dietro a un tavolio, con i loro vizi e le loro idiosincrasie.
Ma mi manca essere seduta dietro ad altri tavolini, con altre persone e altre paure.
Non scrivo a nessuno per anestetizzare la nostalgia.
E come sempre Vasco mi offre le risposte che le mie dita non riescono a scrivere
24 aprile, 2005
IN CHIOSTRO
Esistono posti a Milano dove il sole splende più caldo.
Il vero cuore pulsante della Statale è il chiostro, quello nel cortile Ghiacciaia.
La vita universitaria lì scorre, passa, si articola, si srotola e ricomincia ad arrotolarsi. Anche lo studente meno frequentante di tutti è destinato a passare in questo spazio almeno un po’ del suo tempo. Anche solo per ripassare prima dell’esame imminente, o se non ripassare, almeno fumare una sigaretta.
In questo quadrato di prato e rovine, circondato da un colonnato, in parte antico e in parte ristrutturato, vivono mille colori diversi. Sciarpe a strisce colorate, cappelli peruviani, piumini col cappuccio e le scritte giapponesi sulle spalle. Non c’è solo una tipologia di persone, ci sono tutte.
Si arriva, si sta e si riparte. In un ciclo continuo, inarrestabile.
Ci sono le matricole di giurisprudenza, alle prime battaglie con il Trimarchi, non so se manuale o Professore di Diritto Privato. Si raccontano cosa fanno i compagni del liceo appena salutati.
Ci sono i laureandi in filosofia, che parlano di Kant e Hegel come se li avessero appena incontrati a lezione, e in effetti è proprio così. E le loro menti viaggiano lontanissime, forse mondi paralleli.
E poi ci sono i tanti, tantissimi studenti qualunque. E’ un mondo diverso quello del chiostro, si convive e non solo. Si condivide. Anche chi non si conosce è interessante. Non sembra la Milano chiusa delle corse sotto al cielo invisibile, del traffico e del suo respiro pesante. Non si sentono i clacson.
Ci sono musica, voci e allegria. Una pausa tra una lezione e l’altra, o tra un’ora di studio e l’altra non è una pausa se non si passa nel chiostro.
E nei giorni di primavera il suono di una chitarra e di qualche strumento a percussione, forse uno jambè, è la colonna sonora per i problemi del presente e i sogni del futuro di tanti.
Il vero cuore pulsante della Statale è il chiostro, quello nel cortile Ghiacciaia.
La vita universitaria lì scorre, passa, si articola, si srotola e ricomincia ad arrotolarsi. Anche lo studente meno frequentante di tutti è destinato a passare in questo spazio almeno un po’ del suo tempo. Anche solo per ripassare prima dell’esame imminente, o se non ripassare, almeno fumare una sigaretta.
In questo quadrato di prato e rovine, circondato da un colonnato, in parte antico e in parte ristrutturato, vivono mille colori diversi. Sciarpe a strisce colorate, cappelli peruviani, piumini col cappuccio e le scritte giapponesi sulle spalle. Non c’è solo una tipologia di persone, ci sono tutte.
Si arriva, si sta e si riparte. In un ciclo continuo, inarrestabile.
Ci sono le matricole di giurisprudenza, alle prime battaglie con il Trimarchi, non so se manuale o Professore di Diritto Privato. Si raccontano cosa fanno i compagni del liceo appena salutati.
Ci sono i laureandi in filosofia, che parlano di Kant e Hegel come se li avessero appena incontrati a lezione, e in effetti è proprio così. E le loro menti viaggiano lontanissime, forse mondi paralleli.
E poi ci sono i tanti, tantissimi studenti qualunque. E’ un mondo diverso quello del chiostro, si convive e non solo. Si condivide. Anche chi non si conosce è interessante. Non sembra la Milano chiusa delle corse sotto al cielo invisibile, del traffico e del suo respiro pesante. Non si sentono i clacson.
Ci sono musica, voci e allegria. Una pausa tra una lezione e l’altra, o tra un’ora di studio e l’altra non è una pausa se non si passa nel chiostro.
E nei giorni di primavera il suono di una chitarra e di qualche strumento a percussione, forse uno jambè, è la colonna sonora per i problemi del presente e i sogni del futuro di tanti.
14 aprile, 2005
A MILANO GLI ALBERI SPARISCONO
C’era una volta la scuola delle Benedettine, con il suo parco molto esteso, che occupava tutto il quadrilatero tra Via Bellotti, via Poerio, Via Goldoni e via Kramer.
Nel 2002 un progetto di ristrutturazione della scuola e costruzione di una casa di riposo per anziani: sei alberi tagliati. Poi i lavori si erano dovuti fermare per mancanza di soldi e anche il taglio degli alberi si era fermato.
Lo scempio è ricominciato nel mese di marzo di quest’anno.
Nel giro di una settimana uomini con ruspe, seghe, attrezzature delle più varie, hanno avvolto gli alberi, li hanno letteralmente sradicati, trasportandoli tutti, diciannove, nella metà del giardino prospiciente al lato di via Poerio. L’albero più grosso è stato fatto a pezzi, perché era malato, dicevano gli operai, era troppo grosso per quel lavoraccio dicono i residenti. In questo modo dove prima c’erano gli alberi (lato Kramer) adesso c’è una spianata di terra smossa, una ferita se si guarda la zona dall’alto.
La vicenda di questo giardino è faticosa da ricostruire: c’erano una volta le suore, ci sono ancora. Questa è una delle poche certezze che ci sono.
I residenti di via Kramer si sono lanciati nella protesta per preservare quel piccolo polmoncino verde che dava tutta un’altra aria al loro vivere a Milano. Non si fa che lamentarsi del poco verde e poi, così, in quattro e quattr’otto, tutto scompare. E non si sa nemmeno perché.
Quello che si è subito cercato di capire è come l’area fosse classificata sui piani regolatori? Se come “area verde”, e quindi divieto di costruire, oppure come area edificabile. Non è del tutto chiaro. Al Consiglio di zona sono vaghi, chi va a chiedere informazioni è dirottato verso altre strutture. L’impressione è che nessuno riesca a dare le risposte di cui c’è bisogno.
Probabile che l’area sia edificabile, sicuramente lo è dal 1 gennaio 2005, un nuovo sistema di regolamenti permette di muovere gli alberi all’interno dei giardini, privati e non, come più si ritiene opportuno. E quindi adesso è diventato opportuno rendere appetibili circa 800- 1000 mq di terreno, su cui, o sotto cui, sarà davvero interessante poter costruire. Sono voci di quartiere, e quindi non sono così attendibili, ma è interessante notare che i nomi che si cominciano a fare sono quelli dell’Università Bocconi (che ha appena acquistato dai francescani gli edifici di Corso Concordia, sede dell’opera San Francesco) e Dolce&Gabbana.
Voci incontrollabili. Chi ha fatto i lavori non ha detto niente, le suore non dicono niente, parlare con qualcuno del Comune non dà alcun frutto. Sembra che nessuno sappia nulla e voglia sapere nulla e di fatto quelli che abitano nella zona, quelli di via Kramer soprattutto, sono sempre più arrabbiati: chi ridarà loro il verde che ha accompagnato le loro giornate per anni? Hanno organizzato un comitato che raccoglierà le firme, a partire da lunedì all’affollato mercato che si tiene in via Kramer, per fare una petizione all’amministrazione comunale chiedendo di rilevare quegli spazi e renderli un giardino per i bambini e gli anziani della zona. Sono anche disposti a mantenerlo loro, come ora spesso si fa per esempio in Inghilterra. L’importante è poter riavere quegli alberi davanti.
Nel 2002 un progetto di ristrutturazione della scuola e costruzione di una casa di riposo per anziani: sei alberi tagliati. Poi i lavori si erano dovuti fermare per mancanza di soldi e anche il taglio degli alberi si era fermato.
Lo scempio è ricominciato nel mese di marzo di quest’anno.
Nel giro di una settimana uomini con ruspe, seghe, attrezzature delle più varie, hanno avvolto gli alberi, li hanno letteralmente sradicati, trasportandoli tutti, diciannove, nella metà del giardino prospiciente al lato di via Poerio. L’albero più grosso è stato fatto a pezzi, perché era malato, dicevano gli operai, era troppo grosso per quel lavoraccio dicono i residenti. In questo modo dove prima c’erano gli alberi (lato Kramer) adesso c’è una spianata di terra smossa, una ferita se si guarda la zona dall’alto.
La vicenda di questo giardino è faticosa da ricostruire: c’erano una volta le suore, ci sono ancora. Questa è una delle poche certezze che ci sono.
I residenti di via Kramer si sono lanciati nella protesta per preservare quel piccolo polmoncino verde che dava tutta un’altra aria al loro vivere a Milano. Non si fa che lamentarsi del poco verde e poi, così, in quattro e quattr’otto, tutto scompare. E non si sa nemmeno perché.
Quello che si è subito cercato di capire è come l’area fosse classificata sui piani regolatori? Se come “area verde”, e quindi divieto di costruire, oppure come area edificabile. Non è del tutto chiaro. Al Consiglio di zona sono vaghi, chi va a chiedere informazioni è dirottato verso altre strutture. L’impressione è che nessuno riesca a dare le risposte di cui c’è bisogno.
Probabile che l’area sia edificabile, sicuramente lo è dal 1 gennaio 2005, un nuovo sistema di regolamenti permette di muovere gli alberi all’interno dei giardini, privati e non, come più si ritiene opportuno. E quindi adesso è diventato opportuno rendere appetibili circa 800- 1000 mq di terreno, su cui, o sotto cui, sarà davvero interessante poter costruire. Sono voci di quartiere, e quindi non sono così attendibili, ma è interessante notare che i nomi che si cominciano a fare sono quelli dell’Università Bocconi (che ha appena acquistato dai francescani gli edifici di Corso Concordia, sede dell’opera San Francesco) e Dolce&Gabbana.
Voci incontrollabili. Chi ha fatto i lavori non ha detto niente, le suore non dicono niente, parlare con qualcuno del Comune non dà alcun frutto. Sembra che nessuno sappia nulla e voglia sapere nulla e di fatto quelli che abitano nella zona, quelli di via Kramer soprattutto, sono sempre più arrabbiati: chi ridarà loro il verde che ha accompagnato le loro giornate per anni? Hanno organizzato un comitato che raccoglierà le firme, a partire da lunedì all’affollato mercato che si tiene in via Kramer, per fare una petizione all’amministrazione comunale chiedendo di rilevare quegli spazi e renderli un giardino per i bambini e gli anziani della zona. Sono anche disposti a mantenerlo loro, come ora spesso si fa per esempio in Inghilterra. L’importante è poter riavere quegli alberi davanti.
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