provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)

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25 dicembre, 2011

Gli italiani sono avanti: il mondo, il Natale e Twitter

Relax postprandiale. Dieci anni fa a casa si stava davanti alla televisione, ora ognuno davanti al suo computer/iphone. Non sociale, ma sociologicamente interessante. E, penso, sempre meglio della messa.

Mi sono dilettata a guardare i TT di Twitter (per chi non usa twitter significa trending topics o temi di punta: le parole più usate su twitter). In pratica una lista di parole chiave. L'utente twitter può selezionare un paese di riferimento e vedere quali sono le parole (o gli hashtag) più utilizzate nei tweet in quel momento. 

Così scopro che in Malesia, a Kuala Lumpur, il primo hashtag dopo Merry Christmas è #10ofmyfollowersiwoulddate (10 dei miei followers con cui uscirei).

In Cile ci si confronta su #miregalotech, il regalo tecnologico che si è ricevuto. 

Gli inglesi, appassionati di quiz da pub, si interrogano su che diavolo sia e come sia riuscito a diventare trending topic l'hashtag #internationa1DChristamsquiz. Un quiz nel quiz.

Ma nemmeno in Spagna si arriva al cattolicesimo tutto italiano: qui siamo già a parlare di Pasqua. Volenti o nolenti abbiamo un calendario biologico-cybernetico che segue quello liturgico. 


08 novembre, 2010

Sunday London Calling- Rivoluzionari cattolici e pullmini elettronici

"Ma se ti dico che parto questa sera."
"A che ora?"
"Fra poco."
"E dove vai?"
"Vado ad abitare in un paese... che è il più bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!..."
"E come si chiama?"
"Si chiama il Paese dei Balocchi. Perché non vieni anche tu?"

Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, 1881


Cammini per le vie di Brick Lane. La serata sta per finire dopo birre e fuochi d'artificio. Per tre giorni Londra e l'Inghilterra, sono state illuminate dal ricordo di Guy Fawkes, o meglio, dalla memoria della fine che ha fatto. E nel delirio di leggende ti capita di trovarti a ballare musica techno house in un posto che non conosci.

Guy Fawkes era membro di un gruppo di cattolici che nel 1605 cercò di uccidere il re Giacomo I di Inghilterra, con un piano che è diventato noto come "la congiura delle polveri". Il 5 novembre, in occasione della visita del Re al Parlamento, i ribelli volevano far esplodere Westminster, con tutta l'aristocrazia riunita, per liberare i cattolici dall'oppressione cui li costringeva il sovrano scozzese.

La notte del 4 novembre Guy Fawkes, uno dei congiurati, venne arrestato. E a gennaio dell'anno successivo lui e i suoi compagni vennero condannati e giustiziati.

Da allora, in tutta l'Inghilterra e nelle ex colonie inglesi si celebra con dei falò la notte in cui la congiura è stata sventata . http://www.bonfirenight.net/bonfire.php

Si bruciano immagini di Guy Fawkes e a volte addirittura del papa, per celebrare la vittoria della monarchia inglese.

In questo scenario di festeggiamenti- di difficile comprensione per chi non è immerso da sempre nella storia e nella cultura inglese- capita che, finita la festa, ci si aggiri per le vie di Londra e ci si imbatta in due ragazze spagnole che ti sventolano sotto il naso un flyer: finiti i fuochi d'artificio e le celebrazioni bisogna tuffarsi in qualche club.

Le due ti indirizzano verso un pullmino bianco, a sedici posti. L'interno è buio, con luci verdi e musica tech-house che si propaga dalle casse. La direzione è sconosciuta, un posto vicino a Liverpool Street, dove a quanto pare si entra gratis.

E gratis è la parola chiave che spinge a salire, con la lattina di birra in una mano e una sigaretta nell'altra per scoprire un posto nuovo.

Il club non è niente di che. Ma tutto sembra irreale se pensi che ci sei finita per caso, salendo su una specie di diligenza del Paese dei Balocchi.

Un paese di cui, questa sera, non comprendi le feste e i rituali
, ma che regala avventure surreali. Tra rivoluzionari cattolici e versioni spagnole di Lucignolo.

Riuscendo, con i suoi riti pagani, a lavare via un po' di catto-morale.

22 giugno, 2010

Libertà, Libertà: un'altra Italia in piazza

Nel fine settimana in cui il Sindaco Alemanno annuncia la costruzione a Roma di 51 nuove parrocchie, il popolo dei "credenti in altro" sfila per le vie della capitale, dalla Bocca della Verità alla statua di Giordano Bruno. Lo scopo della marcia è la denuncia delle difficoltà nell'esercizio della libertà di culto che in Italia vivono tutte le persone che non scelgono la Chiesa Cattolica.



L'iniziativa era stata presentata durante una conferenza stampa giovedi 17 giugno da Mario Staderini e Michele De Lucia, segretario e tesoriere di Radicali Italiani, Stefano Bogliolo, pastore della Chiesa Evangelica Cristiana di Torre Angela e Leonardo De Chirico, vicepresidente dell'Alleanza Evangelica.

Durante la conferenza stampa " Le violazioni della libertà religiosa in Italia, dall'esercizio del culto al pluralismo televisivo" gli organizzatori avevano denunciato il fatto che, a Roma, a 200.000 persone non sia garantita nemmeno la possibilità di costruire edifici di culto - a proprie spese - sui terreni comunali, un atteggiamento che costringe almeno 200.000 cittadini a usare garage, appartamenti e strutture di fortuna per i loro momenti di incontro. Un "atteggiamento in continuità col fascismo" dice Mario Staderini.

La marcia è stata anche un'occasione per rendere pubblica la richiesta fatta al sindaco di ricostituire la Consulta delle Religioni, avviata dalla giunta Veltroni. Un progetto che metteva in contatto diverse comunità religiose presenti a Roma e che con la nuova amministrazione è rimasto accantonato.

I Radicali e gli Evangelici individuano la Rai come una delle prime responsabili di questo attacco alla libertà individuale delle persone : secondo i dati forniti dal Centro d’ascolto dell’informazione - dal 1 gennaio 2009 al 30 aprile 2010 - i telegiornali della tv pubblica hanno riservato il 99% del tempo dedicato alle religioni ad esponenti della Chiesa cattolica, mentre i telegiornali Mediaset addirittura il 100%. Praticamente il 2% dei residenti in Italia viene completamente ignorato dai principali media. Dato ancora più impressionante se si considera che l'80% degli italiani risulta "battezzato" nei registri, ma di fatto non pratica.

Suonano come una proposta le parole Leonardo De Chirico, vice presidente dell'Alleanza Evangelica, rispetto alla inaspettata accoppiata Radicali - Evangelici: "Dobbiamo introdurre e iniettare in questo paese dosi di pluralismo culturale, in modo tale che questa situazione arretrata possa essere oggetto di un potente scossone culturale, legislativo, costituzionale".


http://www.youtube.com/radioradicale#p/u/0/yT_g6T21xWI


E qualcosa si è mosso per le strade di Roma sabato 19 giugno. Sotto la statua di Giordano Bruno a Campo de'Fiori c'era un pezzo di quel popolo italiano che non si riconosce nel modello religioso della Chiesa Cattolica. Quell'Italia che sa ancora restare colpita da una frase pronunciata da Marco Pannella: "che paese è questo: l'unico che non abbia conosciuto davvero la riforma e che non smette mai di produrre controriforma".

22 aprile, 2009

Suheir Farraji: donne palestinesi tra media e stereotipi

di Virginia Fiume, pubblicato sul sito www.antennedipace.org
Uno sguardo sulle donne in Palestina: essere e apparire. Culture, tradizioni, differenze e stereotipi.
Intervista a Suheir Farraj, direttrice esecutiva dell’organizzazione Women, media and development a Betlemme.


Incontro Suheir Farraj nel suo ufficio di Betlemme. Un caldo sole già estivo entra dalla finestra e illumina questa donna bella ed elegante. Un giubbino di pelle, il trucco acceso sugli occhi verdi e profondi. Una femminilità che mi sorprende e che abbatte il pregiudizio con cui ero entrata nel suo ufficio.
So poco di lei. So che ha circa 35 anni e che nell’aprile del 1987, durante la Prima Intifada, è stata arrestata per 40 giorni
(1).

Ma non sono qui per parlare di quella sua esperienza. In questo momento mi interessa la Ong ci cui è direttrice esecutiva dall’anno della fondazione, il 2004: TAM- Women, Media and Development (2).
Dopo un anno di lavoro non retribuito, con l’aiuto di una volontaria francese e un amico esperto di contabilità e di ricerca fondi, ora il progetto ha preso piede e si pone un obiettivo molto importante: promuovere un cambiamento della condizione della donna e dell’immagine che delle donne si ha attraverso i media locali in Palestina.


Suheir, parlami del progetto “Women, media and development”. Come è nata l’idea, quali erano le motivazioni di partenza e le tue motivazioni personali?

Il progetto è nato insieme ad altre 6 persone. Eravamo un uomo e sei donne, provenienti da tutta la West Bank. In quel periodo stavamo lavorando a un progetto che doveva coordinare varie associazioni sul tema della rappresentanza femminile alle elezioni. Ci siamo trovati a condividere i nostri bagagli di competenze, tutti legati al mondo della comunicazione.
Durante il lavoro ci siamo resi conto che tutte le attività che portavamo avanti individualmente seppure molto importanti finivano con l’essere sempre rivolte a un gruppo ristretto di persone. Ci siamo resi conto che per dare il via a un cambiamento significativo della condizione femminile occorreva sfruttare la portata dei media. Non si può pensare di cambiare la condizione delle donne senza tenere in considerazione tutto il contesto in cui essa si inserisce. Non si può lavorare solo con le donne per promuovere i diritti. Significherebbe aiutarle nell’educazione e nella formazione, aiutarle a capire e ad essere capite, ma poi tornate a casa, affronterebbero sempre la stessa situazione. Invece lavorando su diversi fronti, coinvolgendo ogni aspetto della vita, si possono raggiungere cambiamenti più significativi.

Leggendo le vostre brochure e il vostro sito internet mi sembra che uno dei punti chiave del vostro progetto sia quella di “formare” chi lavora nei media ad avere un’attenzione alle c.d. tematiche di genere.

Lavorando con chi lavora nei media cerchiamo di fornire sia una preparazione tecnica che una etica. Quindi da una parte insegniamo a girare video, a montare, a scrivere i testi e tutte quelle competenze che servono per acquisire una professionalità in questo campo. Ma dall’altra parte organizziamo corsi su “donne e media”, “diritti umani e media”, “democrazia e media”.
Tutti i nostri corsi devono avere almeno il 70% di partecipanti donne. Uno degli obiettivi è quello di incrementare il numero di donne che lavorano nei media, soprattutto nelle televisioni locali.
Negli ultimi due anni abbiamo iniziato a portare avanti anche progetti per scardinare l’immagine comune che delle donne veniva offerta nei principali media. Per questo scopo è nato il progetto “Women Oral History”: 22 film che parlano di modelli femminili alternativi agli stereotipi.

Quali sono i principali stereotipi da eliminare nella società palestinese e a quale cambiamento vorreste dare vita?

Lo stereotipo più classico è quello della donna debole, che si prende cura della casa e che certo non si mette a fare politica. Anche nei casi in cui è lei la vera colonna portante della casa, magari quella che porta i soldi, rimane nell’ombra e ha sempre bisogno di qualcuno che la guidi.
Per quello che ho visto girando l’Europa, quanto a stereotipi da voi le cose non sono molto diverse. Ma c’è una differenza, forse data anche dalla situazione politica: le donne hanno maggiore possibilità di muoversi, di viaggiare, di scegliere la loro vita.

A Jenin e Nablus (due città, particolarmente conservatrici, a nord della West Bank ndr) ho notato che dopo una certa ora non si vedono donne per strada. Credi che, anche se in parte, gli stereotipi sulle donne contengano un elemento di verità?

Sicuramente non si può prescindere dal discorso “tradizionale”: un miscuglio di religione e cultura. Sicuramente da queste parti la famiglia è il nucleo relazionale principale. Una ragazza non può avere un ragazzo, deve arrivare vergine al matrimonio, e la tutela di tutto questo preoccupa molto i familiari. Il più delle volte, anche nelle famiglie più aperte, una ragazza viene tenuta in casa come se si volesse proteggerla, preservarla. La società circostante crea una certa pressione: “Stai attenta, non partecipare alle manifestazioni, non giocare in strada…”

E cosa succede qualche volta? Perché ci sono donne diverse, che si emancipano di più, che fanno politica?

La maggioranza delle donne non sono come me. Non si può dire che la maggioranza delle donne palestinesi siano forti sul piano politico o sul piano economico. Certo ci sono molte donne che lavorano, in tutti gli ambiti, nel sociale, come insegnanti o anche nell’agricoltura. Non tutte sono spinte da ideali e approcci di tipo femminista, molte preferiscono concentrare le loro energie nella famiglia. Nella maggior parte dei casi ci sono donne che stanno a casa, come mogli, madri, casalinghe. Sono più legate alla tradizione e mandano avanti la famiglia. E magari si scontrano con un marito che non le lascia uscire. Esistono anche casi di donne che sono docenti universitarie ma poi hanno un marito che controlla completamente la loro vita.

Sembrerebbe una società molto conservatrice e tradizionale. E’ sempre stato così?

No. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 era tutto diverso. Diciamo fino alla Prima Intifada e al periodo immediatamente successivo. C’erano molte più donne attiviste, con un peso politico molto maggiore rispetto ad adesso.
Dopo gli accordi di Oslo e il fallimento del processo di pace tutto ha iniziato a scivolare in un clima di depressione. Molti uomini si sono reinventati, trovando anche nuovi lavori, le donne hanno visto il loro ruolo bloccato e sono tornate a casa. I gruppi di donne più forti si sono organizzati secondo modelli femministi, le altre non avevano più voglia di fare nulla, non credevano più in niente.
Poi nel 2000 con la Seconda Intifada tutto è cambiato ulteriormente. La situazione è diventata più conservatrice, si è diffuso un approccio sempre più religioso.
La spiegazione è semplice, una società, ogni società, quando ha tanti problemi, dall’occupazione alla vita di tutti i giorni tende a rifugiarsi in qualcos’altro e ad affidarsi a dio. Si comincia a dire “Dio vuole così, dio è l’unico che può aiutarci”. E su questo fronte tutto il movimento religioso internazionale è cresciuto. Non solo l’Islam. Anche il Cattolicesimo. Tutte le religioni.

A lavorare qui siete 3 uomini e 5 donne. Credi che ci siano differenze tra uomini e donne?

Non ci sono differenze. Non siamo un’ organizzazione per le donne, e la situazione non si può cambiare se si rimane solo tra donne. Isolandosi non si ottengono risultati. Bisogna riuscire a cambiare la mentalità di tutti.
L’altro giorno all’Università di Betlemme abbiamo mostrato uno dei nostri film e avviato alcune discussioni. Uno studente mi ha detto: “le donne possono ottenere qualunque cosa, possono scegliere.” Dopo che gli ho risposto un altro studente ha detto: “potrebbe essere la Presidente…”, alla domanda di una studentessa: “Perché no?” quello ha risposto: “Sì, così poi quando chiedono dov’è la presidente bisogna dire “no scusate sta partorendo””…
A quel punto gli ho fatto i nomi di tutti i presidenti e i sovrani che sono stati in ospedale per parecchi mesi o anni, per cancri o altre malattie.
Lo stesso Arafat è stato uno di questi. E il re dell’Arabia Saudita e Hussein di Giordania…
Così perché una donna non può stare 3 o 4 mesi in maternità? E’ la stessa cosa.
Inoltre se costruissimo il nostro paese come un sistema funzionale non sarebbe nemmeno un problema se il Presidente fosse presente o meno. Certo se tutto è incentrato sulla figura individuale del presidente che conduce tutto è ovvio che tutto entra in crisi con una presidente in maternità.

Questo sul piano politico. E sul piano sociale?

A volte è davvero molto utile se è un uomo a introdurre determinate questioni nell’ambiente che lo circonda. Per carità, io vado lo stesso nei villaggi anche se gli uomini non si fidano di me. Ma il modo che hanno di trattare con una donna è diverso, molto distante dalla loro mentalità. E’ invece molto positivo riuscire a presentare i nostri progetti grazie a un uomo che piace agli altri uomini.
Per esempio, mio cognato lavora nell’agricoltura, ma nello stesso tempo è di mentalità veramente aperta e sostiene le donne. Lavora in un’area estremamente conservatrice. Ci ha aiutati spesso a convincere gli altri uomini a lasciare che le loro donne seguissero i nostri corsi, partecipassero alle attività. Gli altri uomini si fidano di lui quando dice “E’ molto importante che le donne partecipino, ne trarrai benefici anche tu”.
Insomma, qualche volta giochiamo su questi elementi.

Grazie per avermi raccontato il tuo progetto. Ti faccio solo un’ultima domanda: qual è la tua visione del conflitto israelo-palestinese. Hai speranza? Cosa pensi che sia mancato fino adesso?

Credo che sia mancata una maggiore apertura, la capacità di restare maggiormente con i piedi per terra, pensando in modo più concreto. Non servono sogni.
Per me la soluzione “due stati” è un sogno. Ma non sarà mai abbastanza forte. L’unica soluzione, certo non facile e sicuramente lontana, per avere una situazione pacifica è dare vita a un solo stato democratico. Come l’Italia, o qualunque altro posto. Dove tutti siano uguali, con gli stessi diritti di libertà, di movimento, di vita, di religione o di non religione. Questa è l’unica possibilità, l’unica soluzione se vogliamo un futuro migliore per i giovani e per le prossime generazioni. Quello che mi rende triste è che l’Europa e gli Stati Uniti non lascino costruire uno stato come i loro, ma preferiscano forzare la mano e premere per uno stato ebraico e uno stato arabo.
In questo modo si crea lo scontro. Perché?

Note:

1.http://www.alternativenews.org/content/view/1289/88/
2.http://www.tam-media.org/english/home.htm

Vedi anche i seguenti link:
Video: Palestinian Women in Media- donne giornaliste a Gaza- servizio Al Alam tv iraniana http://www.youtube.com/watch?v=kmm8QeZ2txU

Alcuni video del progetto “Women, media and development”
http://www.tam-media.org/english/video.htm

22 novembre, 2007

MRS/ Laicita': L'italia e' uno stato laico?

Intervista a Marilisa D'Amico, professoressa di Diritto Costituzionale alla Statale di Milano
di Virginia Fiume

Pubblicata il 2o/11/2007 sulla rivista online Mondo Rosa Shokking

Marilisa D’Amico mi accoglie nel suo studio un martedì mattina.
La scrivania è invasa da libri di testo, fotocopie, e qualche locandina di convegno.
E’ energica e disponibile, mi viene istintivo inondarla di domande sulla Costituzione e su tutti quei temi che ormai si etichettano sotto il nome di “laicità”.

Professoressa, iniziamo da un discorso per “profani”: cos’è il diritto costituzionale e cosa significa per lei insegnare questa materia ai ragazzi?Il diritto costituzionale è la scienza che studia la Costituzione, che nella società del Novecento è una tavola di principi voluta per porre al riparo i diritti dalle scelte discrezionali del legislatore.
La nostra Costituzione è l’incontro di culture diverse: la cultura liberale, la cultura cattolica e la cultura, diciamo, comunista.
Il punto importante per il mio insegnamento è far capire ai futuri giuristi che la Costituzione deve far parte del materiale giuridico a disposizione. Non esistono solo le leggi da applicare con i principi della Costituzione sospesi per aria.
Qual è il rapporto tra vita, società e leggi? Si può dire che la Costituzione sia una legge laica?
La Costituzione è la tavola dei principi e dei valori poi ci sono le leggi, che regolamentano la vita di tutti i giorni.
Il rapporto giuridico tra vita, società e leggi è sempre un rapporto molto complesso. Ci sono leggi che rispecchiano gli aspetti della società e ci sono leggi che normano una situazione in cui c’è bisogno di una regolamentazione: non ci possono essere vuoti normativi, lo ha dimostrato il caso Welby con l’eutanasia.
(il termine eutanasia viene qui utilizzato nella sua accezione comune, pur non essendo corretto. E’ più corretto parlare, in particolare riferendosi ai casi Welby ed Englaro, di “sospensione delle terapie di alimentazione e ventilazione” NdA)
Mi vengono in mente altri ambiti particolari su cui c’è sempre un grande dibattito che è politico ma immagino anche legislativo: coppie di fatto e fecondazione… la Costituzione dà delle risposte su questo. E se non le da’, le dovrebbe dare?
Questi sono ambiti di cui si parla come questioni eticamente controverse. Questioni su cui spesso ci si scontra a livello ideologico. Affidare alla legge la soluzione di uno scontro ideologico a mio avviso è problematico. Si mette in crisi la laicità dello stato, la neutralità.
Per quanto riguarda le risposte della Costituzione occorre distinguere i punti.
(prende una penna e scrive su un foglio)Eutanasia,
famiglia di fatto,
e fecondazione…

Sì, in effetti sono temi complessi. Provi a darmi un’infarinatura…
I tre aspetti vanno un po’ distinti.
Sull’eutanasia il problema è questo: non c’è una regolamentazione, però s’è posto il problema di consentire la cosiddetta “eutanasia passiva” cioè staccare la spina in certi casi…
Per esempio la situazione di Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente, o il caso di Welby che chiedeva di staccare la spina, però poi chiedeva anche di non morire con sofferenza.
La soluzione da un punto di vista costituzionale si poteva e si può trovare, come in effetti ha fatto l’ultima sentenza della Corte di Cassazione, nell’articolo 32 il quale dice che

Nessuno può essere obbligato a determinati trattamenti sanitari se non per disposizione di legge.
Quindi se nessuno può essere obbligato a un dato trattamento sanitario se non per disposizioni di legge perché una persona può rifiutare le cure se è cosciente e se invece è incosciente non lo può più fare? I giudici che hanno rifiutato in un primo tempo le richieste di Eluana Englaro, o meglio, di suo papà Beppino Englaro, l’hanno fatto sulla base del richiamo a un principio diverso della Costituzione, l’articolo 2, in cui si parla di doveri della collettività a difesa del singolo individuo.
Quindi non c’è più il dovere dell’articolo 32 della Costituzione ma c’è un dovere della collettività.

Di tenerla in vita. Ma poi quale vita…Qual è il concetto di vita…è qui che entra in gioco il rapporto tra Scienza e Diritto. Abbiamo il legislatore che interviene in una materia dove sarebbe meglio muoversi con dati oggettivi. Come dati reali noi sappiamo che il 20- 25 % delle morti in ospedale avvengono in modo eutanasico. E questo è un dato importante.
D’altra parte il legislatore dovrebbe intervenire sempre con soluzioni leggere che consentano a tutti di riconoscerci nella soluzione.

E lasciar contare la volontà?
Sì. Sia far dire al credente “accetto la sofferenza” sia lasciare che il noncredente sia libero di mettere un punto.
Come dice il papà di Eluana Englaro “mia figlia non avrebbe dovuto trovarsi in questo stato, so con convinzione che lei non lo vorrebbe”. Per cui si appella al tribunale. La corte di cassazione, rispetto al caso di Eluana Englaro ha detto che la Corte d’Appello dovrà verificare che è possibile staccare la spina se è accertato lo stato vegetativo permanente ma anche nel caso sia accertata la volontà univoca precedente.
E quindi ha dato una grossa apertura da questo punto di vista.

Un’apertura data però dal giudice e non dal legislatore. A volte ho l’impressione che si preferiscano i vuoti legislativi…
In Italia è difficile legiferare perché le posizioni diverse si contrappongono in modo ideologico. Ma a volte ci sono casi in cui si accende il dibattito nell’opinione pubblica, allora per il legislatore è più facile iniziare a lavorare su una questione. La nonsoluzione di queste questioni significa lasciare i cittadini in uno stato di incertezza. Io non so quale persona voglia rischiare di subire il processo penale come medico, nel caso dell’eutanasia. Cioè, il dottor Riccio per Welby è stato coraggioso. In fondo a Welby fu detto “se tu non avessi fatto tutto questo clamore saresti già morto. Potevi farlo tranquillamente nel silenzio della tua stanza, come succede” Queste cose tra l’altro gli furono dette durante una trasmissione televisiva da un deputato della Repubblica italiana. E’ strano e mette un po’ in crisi il principio di laicità dello stato.

Perché?
La contrapposizione ideologica nasce dal fatto che alcuni pensano che la legge debba moralizzare i cittadini, educarli con dei divieti. Ma in realtà non è attraverso una legge che vince la visione più religiosa o meno religiosa della società. La Chiesa può fare il suo mestiere tranquillamente, però se interviene dicendo: la legge se è fatta così è buona, se è fatta così è cattiva si intromette pesantemente. Se poi le forze politiche le vanno dietro…
Il problema è che così non si moralizza e non si educa. Bisogna prevedere un’autonomia anche di scelta del cittadino.

Ecco, passiamo dal diritto di morire come si vuole al diritto di vivere come si vuole: le famiglie di fatto…
Anche qui il legislatore ha pensato di intervenire (con i DICO) prendendo atto di una realtà in cui le coppie di fatto eterosessuali sono la maggioranza rispetto a quelle sposate. Ci sono dati che indicano che una disciplina, sia delle coppie di fatto eterosessuali sia delle coppie omosessuali, sia necessaria per essere in linea con quello che succede nel resto del mondo, in particolare in Europa. Una legge dovrebbe prendere atto di come una società è strutturata e dare una regolamentazione, anche leggera. Non vanno imposti modelli alternativi, ma possibilità.
C’è qualcuno che dice “no, perché la nostra costituzione all’articolo 29 dice:
la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio.
Intanto dobbiamo ricordare che è esclusa la dizione “famiglia di uomini e donne”, che renderebbe impossibile da un punto di vista costituzionale il matrimonio omosessuale. Se vogliamo fare i formali possiamo appellarci a questo. Inoltre, sostanzialmente, può esistere una disciplina con un articolo 29 che imposta la famiglia tradizionale, ma che garantisce i DICO. E metterebbe la nostra legislazione in armonia con quelle europee, e con la Carta dei Diritti Fondamentali, che assicura tutte le forme di famiglia possibili.

Ma anche qui lo scontro è diventato ideologico…
Si è schierata prima la Chiesa e poi una serie di forze politiche dicendo “i dico sono incostituzionali e comunque metterebbero in crisi quello che è il matrimonio tradizionale”. E’ nata la contrapposizione tra la società di chi protende per il matrimonio tradizionale e chi sostiene che il cittadino deve avere il diritto di scegliere tra cose diverse.
Anche in questo caso la contrapposizione ideologica la trovo sterile.

Perché?
Perché come pensiamo che non facendo una disciplina sui DICO si possa moralizzare? Lo stato deve essere neutro, deve assicurare a tutti una casa comune in cui vivere. Se non assicuro ad alcune coppie, in particolare omosessuali, alcuni diritti io politicamente mi disinteresso di una fetta di cittadini importante. E quindi per uno stato è un tradimento della propria laicità e neutralità.

E poi lo Stato può sempre bilanciare…
Certo: la coppia omosessuale può non avere il riconoscimento del matrimonio come invece avviene in Spagna, ma solo i pacs, come in Francia.
Laicità significa che lo Stato con le sue leggi deve sempre trovare dei contenitori comuni che mettono d’accordo tutti. In uno Stato come quello italiano la famiglia tradizionale si difenderebbe meglio facendo politiche serie per la famiglia: lasciando lavorare le donne, con gli sgravi fiscali, con strutture per la cura e l’assistenza dei figli, degli anziani, dei disabili.

E poi magari le donne lavorano fino a 35 anni prima di decidere di fare un figlio, ed è tutto più difficile. Magari bisogna fare ricorso alla fecondazione, e con l’attuale legge è tutto più difficile…
La legge sulla fecondazione è paradossale. E’ un tema su cui la scienza non offre risposte univoche, e la risposta di oggi non può essere quella di domani. Come legislatore io avrei adottato una tecnica leggera: il numero degli embrioni poteva essere tendenzialmente tre, salvo diversa valutazione del medico. Oppure avrei delegato questa scelta sul numero degli embrioni a una commissione speciale, a un istituto neutro, come succede in Germania.
Qualcuno dice “non puoi fare figli non li fai, è inutile accanirsi. Se alle donne che fanno ricorso eccessivo ai trattamenti ormonali per la fecondazione vengono certe malattie tutto sommato è colpa loro”... C’è una risposta legislativa a questo?
Come ho già detto lo Stato non deve vietare ma offrire una cornice in cui ognuno è libero di fare la propria scelta. Per esempio dovrebbe occuparsi anche dell’istituto dell’adozione, un calvario per le coppie.
E poi c’è il fatto che si tratta di scelte individuali: allora se c’è chi vuole avere un figlio, la scienza lo permette, cosa faccio, vieto perché devo vietare moralisticamente?
Anche perché si scatenano effetti paradossali…
L’effetto paradossale è che le coppie non si arrestano per niente, anzi sono incentivate e vanno all’estero. Allora il turismo procreativo come effetto della legge 40 che vuole moralizzare sul valore della vita è un aspetto che ci dimostra che non si educa in questo modo, cioè costringendo.
Si educa con le politiche per la famiglia, con le politiche per l’adozione, con una certa educazione scolastica culturale, per uno stato che voglia educare i cittadini a pensare con la propria testa e fare delle scelte.

Pensare con la propria testa. Questo riporta all’inizio dell’intervista. Qual è la cosa più difficile del suo lavoro? C’è un collegamento tra il suo essere donna e fare un lavoro del genere…

L’Università Statale è una bella università, con tantissime potenzialità, ma molte cose non possono essere fatte per via della burocrazia. E gli studenti si perdono. Però credo che l’insegnamento esalti al massimo le peculiarità femminili: unisce l’aspetto scientifico con l’aspetto del rapporto con gli studenti. Inoltre come donna mi permette di conciliare molto lavoro e vita privata.

Ci sono i maschilisti?
Maschilisti magari no, ma ho assistito a un po’ di ironia da parte dei colleghi quando ho iniziato a occuparmi di questioni di genere da un punto di vista costituzionale. O quando sono diventata presidente del Comitato Pari Opportunità: si pensa che una donna arrivata dovrebbe occuparsi solo dei fatti suoi.

Invece Marilisa D’Amico si occupa di tante altre cose. Insegna con passione l’importanza del Diritto Costituzionale a coloro che dovranno armeggiare con codici e commi in un futuro non molto lontano, ed è presidente del Comitato Pari Opportunità della Statale di Milano.
Un organo che è stato “fermo” per 15 anni che ha come obiettivo non solo la promozione della cultura di genere femminile, ma anche trattative sindacali, pari opportunità per i giovani, i disabili e gli anziani.
La professoressa ci tiene a far capire che le pari opportunità devono essere tali per tutti. Non solo per le donne. Perché le scelte di tutti possano essere consapevoli.

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