
Quattro anni fa, giorno più giorno meno, ho partecipato per la prima volta a una manifestazione radicale. Mi sono messa un cartello al collo, e davanti a piazza del Duomo surgelata, con altri venti pazzi congelati ho raccolto firme per chiedere al Parlamento Italiano un'indagine conoscitiva sul fenomeno dell'eutanasia clandestina.
Era un modo di sostenere la lotta di Piergiorgio Welby, malato di una sclerosi lateriale amiotrofica che lo stava paralizzando fino a soffocare. Questo gigante, qualche settimana prima, aveva lanciato il suo appello a Napolitano per chiedere una legge che riconoscesse il diritto all'eutanasia.
Qualche giorno dopo, il 20 dicembre, Piergiorgio Welby è morto. Con l'aiuto del medico anestesista Mario Riccio e con al suo fianco gli Eurodeputati Marco Pannella e Marco Cappato quel corpo immobile che aveva gridato la sua richiesta di Giustizia era libero. Un'azione di disobbedienza civile, volta a dimostrare l'assurdità del vuoto legislativo.
Grazie alla lotta del Radicale Welby e dei radicali il dibattito e il confronto erano sulle pagine di tutti i giornali, tra i discorsi delle persone. Si dice che qualcuno avverta ancora un brivido lungo la schiena quando rilegge le parole di Welby, o quelle di Mina, sul loro blog.
Ma il tempo di un funerale negato e la storia dell'eutanasia era tornata alla clandestinità: per media e agenda politica.
Era successo quello che in Italia succede spesso: di leggi che cambino la vita delle persone in meglio neanche l'ombra, solo- e di nascosto- tante norme e decisioni che la vita tendono a renderla più difficile.
In questi giorni il dibattito sull'eutanasia è transnazionale: un video vietato in Australia, una coppia inglese che mi ricorda straordinariamente Mina e Piero Welby.
I Radicali lo riportano al paese.
E nel frattempo l'Italia mediatica scansiona fotogramma per fotogramma le manifestazioni esplose nelle piazze il giorno in cui è stata votata la fiducia al Governo, e il sito di uno dei maggiori quotidiani italiani regala pezzi di puzzle del paese:
Senza parole. Con tanta nostalgia degli anni d'oro di Piero Welby. Che magari non c'è bisogno di eroi, ma sicuramente io ho bisogno di motivi di lotta.