di Virginia Fiume
intervista pubblicata sul numero "Sesso" della rivista on line Mondo Rosa Shokking
L'uomo perfetto? Un ermafrodita: un individuo con un organo maschile, il pene, e uno femminile, il cervello. (da Si sdrai, per favore, programma radiofonico di Radio Capital)
Vladimiro Guadagno, detto Vladimir Luxuria. Originaria della Puglia, attrice teatrale e cinematografica, laureata in Lingue e Letterature Straniere con 110 e lode. Segni distintivi: transgender. L’Onorevole Luxuria ha sempre proclamato: “io mi voglio rappresentare come una persona che contiene in sé il maschile e il femminile, voglio rivendicare questa coabitazione dei generi in una persona sola”.
Nel 2006 la sua candidatura nelle liste di Rifondazione Comunista e la sua elezione in Parlamento hanno scatenato un acceso dibattito. Soprattutto tra chi è abituato a vedere la transessualità come qualcosa di “sporco”, spesso legato alla prostituzione, alla cronaca nera. E non come un fatto che può far parte della vita di una persona. Erano chiari gli obiettivi dell’Onorevole Luxuria all’inizio del suo mandato: portare avanti le battaglie del c.d. mondo GLBT (Gay, Lesbian, Bisexual e Transexual), ma anche riempire con serietà lo scranno del Parlamento.
L’abbiamo contattata, per provare a capire qual è stata la sua esperienza in Parlamento e se, nonostante la rovinosa caduta del Governo qualcosa è cambiato e qualcosa potrà ancora cambiare per chi vive la condizione della transessualità, ma anche per chi crede che la libertà sessuale sia un diritto imprescindibile da esercitare nella propria vita, anche pubblica. “Diciamo che da parlamentare ho imparato più a parlarne che a farne di sesso. I ritmi sono quello che sono…”
Non ho ancora finito di spiegare all’Onorevole che questa nostra conversazione mi serve per il numero di Mondo Rosa Shokking sul Sesso che mi coglie di sorpresa, con una battuta. Ma poi rapidamente, dopo avermi strappato un sorriso e messa a mio agio, riporta subito il discorso sul piano professionale.
“L’Italia è un paese che vive una certa sessuofobia, unita all’ipocrisia. Spesso ci sono atteggiamenti che nascondono una doppia morale”
Per la serie “si fa ma non si dice…”
Sì, si fa, non si dice e, soprattutto, non si deve farlo sapere…
Perché c’è questa paura di garantire con delle leggi le libertà sessuali, individuali?
C’è il bigottismo, per cui le cose vengono tollerate se fatte in clandestinità. Tutti vogliono relegare il sesso a una questione privata: fate quello che volete, ma fatelo a casa vostra.
Quando invece una persona vuole dare una valenza pubblica alle sue scelte sentimentali e sessuali viene osteggiata. Quanti sono quelli che dicono io non ce l’ho con i gay, per me possono fare quello che vogliono. Ma poi succede che quando si vuole proporre una legge che garantisca a due gay diritti, e, ci tengo ad aggiungere, anche doveri tutto diventa avulso dal tessuto sociale.
La sua scelta di entrare nelle Istituzioni è stata un modo per fare proposte che davvero cambiassero questo tessuto sociale?
In questa legislatura non c’è stato il tempo per portare avanti tutte le nostre battaglie. Ci sono state due iniziative che sono arrivate alla conclusione: la ratifica di una convenzione europea che riconosce lo status di rifugiato politico a chi nel suo paese di origine è perseguitato per l’orientamento sessuale e l’identità di genere. E poi l’introduzione tra le norme antibullismo della questione dell’omofobia. Poi ci sono due cose più incisive: la dottrina delle unioni civili nella forma dei CUS e la questione della legge sull’omofobia. Sarebbero dovute essere discusse in Senato proprio la settimana dopo la caduta del governo. Eravamo lì per lì…
Anche se i CUS non sono esattamente quello che vuole la galassia GLBT…
Assolutamente no. Io continuo a avere un rapporto molto stretto col movimento, conosco bene tutte le critiche, che sono anche le mie critiche. Però una volta che si comincia a discuterne in Parlamento, oltre alla possibilità di presentare emendamenti, c’è un’altra grande opportunità: tirare fuori l’argomento! Ogni parlamentare è costretto ad esporsi e dichiararsi per quello che è. Le leggi hanno un valore simbolico oltre che pratico: una legge dello stato che finalmente riconosce il legame tra persone, anche dello stesso sesso, che hanno un progetto di vita in comune, beh, in Italia sarebbe un fatto rivoluzionario. Poi i diritti, gli anni per acquisirli, diventano addirittura secondari rispetto a questo grande principio che porta a capire che due gay che si vogliono bene non sono due zozzoni, non sono schegge impazzite e non vivono dentro a campane di vetro, ma provano sentimenti. Per questo era una cosa importante.
Ricordo all’inizio della legislatura la “questione del bagno” con Elisabetta Gardini. Crede che il suo “esserci” sia servito agli individui-parlamentari per confrontarsi con le loro sessuofobie/ sessuomanie? Qualcuno che la guardava con sospetto ha cambiato approccio?
Sai, la condizione della trans è una condizione manifesta. Non possiamo decidere se dirlo o non dirlo.
Chi è già sessuofobo viene inquietato dalla nostra presenza fisica che arriva addirittura nel palazzo del potere. La “vicenda Gardini” è stata una vicenda che io ho subito. Avrei preferito che non se ne parlasse, poi, quando ho visto quel che stava succedendo, ne ho approfittato per spiegare che esiste davvero una discriminazione per quello che riguarda il tema delle identità di genere.
Io l’ho subita al Parlamento, ma penso alle palestre, alla scuola, ai posti di lavoro…
Si può risolvere il tutto facendosi una risata “ahaahaha- guarda la Luxuria che va al bagno delle donne”. Ma si può anche fare una riflessione: cosa significa una persona che si sente donna e viene riconosciuta per questo?E’ più importante quello che abbiamo in mezzo alle gambe o quello che abbiamo nella testa?
Il problema è da porre.
Insomma, sostanzialmente è stata un cavallo di troia per scatenare la riflessione dall’interno…
Il Corriere della Sera ha fatto un’indagine sulle parole che sono state sdoganate ultimamente. Una di queste è la parola transgender.
Già Helena Velena aveva spiegato il concetto in un suo libro, ma la mia presenza in Parlamento ovviamente ha portato questo tema alla ribalta popolare… Ho spesso immaginato le famiglie a cena, davanti al telegiornale, con la ragazza adolescente trans che non sa come dirlo ai genitori. E sentire parlare di queste cose…sì, secondo me è stato utile.
Hai presente Usciamo dal silenzio, lo slogan del movimento femminista di oggi? Ma anche del movimento contro l’aids. E’ un ottimo slogan, perché è davvero il silenzio ad uccidere.
A proposito di repressioni e, a volte anche uccisioni, mi viene in mente la sua esperienza dell’anno scorso al Gay Pride di Mosca, con l’eurodeputato radicale Marco Cappato…Andrà di nuovo a Mosca quest’anno?
Certo. Anche se c’è da dire una cosa: tutto è relativo, anche rispetto ai diritti. Se ci paragoniamo alla Spagna ci viene una depressione cronica, ma se ci paragoniamo alla Russia possiamo dirci che c’è qualche motivo per essere felici. Lì non ci possono essere associazioni, vigono clandestinità e silenzio. Gli omosessuali e i trans si ritrovano come dei massoni, senza insegne fuori, senza l’autorizzazione per le manifestazioni.
E questo a Mosca. Non stento a immaginare le altre città, quelle più piccole.
A proposito di luoghi: lei è cresciuta in Puglia e arrivata a Roma a vent’anni. Ha sentito una differenza?
In Italia il problema della migrazione interna legata all’identità di genere è ancora molto forte. Penso alla Basilicata, al Molise, dove non c’è neanche un’associazione. Le trans molto spesso devono intraprendere lunghi viaggi per andare nei centri specializzati per l’iter che riguarda la transizione. Mi piacerebbe un paese dove la gente non è costretta ad andare via e lasciare i propri affetti per cercare se stessa.
Non perde mai l’occasione per una battuta Vladimir Luxuria. Lei che con la sua esistenza porta in sé la coesistenza dei generi. Lei che ha portato nel Parlamento di uno dei paesi più sessuofobici d’Europa la rottura di ogni schema.
Lei, il cui nome, Vladimir, significa: la potenza della pace.
provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)
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