Sono arrivata in Palestina. Ma ci sono arrivata attraverso l'aereoporto di un altro stato, Israele.
Sono atterrata all'aereoporto di Tel Aviv, ma non ho potuto certo dichiarare che per un mese sarei stata a fare delle ricerche a Betlemme. Mi avrebbero trattenuta per ore, mi avrebbero chiesto chi dovevo incontrare, con chi avrei dormito, mi avrebbero forse- come fanno con i giornalisti- chiesto di firmare un foglio in cui mi rendevo disponibile a condividere con loro tutto il materiale raccolto.
Quanlcuno si immagina due stati quando pensa a Israele e alla Palestina.
Ma questo è quel che resta dei territori palestinesi (più la Striscia di Gaza, ancora quasi completamente sotto assedio):
Frastagliati dalle colonie israeliane, dal muro- costruito ben oltre la linea dei confini del 1967- dai checkpoints. Con le loro maggiori risorse, quelle idriche, controllate dalla potenza occupante.
Non sono solo parole. Sono costruzioni e strutture che impattano la vita delle persone, ne condizionano la libertà di movimento, ne riducono il benessere e la qualità della vita.
In un modo che noi neanche ci possiamo immaginare. Con una capacità di resistenza che noi raramente siamo in grado di concepire.
L'altro migliore remedio è mandare colonie in uno o in duo luoghi che sieno quasi compedi di quello stato; perché è necessario o fare questo o tenervi assai gente d'arme e fanti. Nelle colonie non si spende molto; e sanza sua spesa, o poca, ve le manda e tiene; e solamente offende coloro a chi toglie e' campi e le case, per darle a' nuovi abitatori, che sono una minima parte di quello stato; e quelli ch'elli offende, rimanendo dispersi e poveri, non li possono mai nuocere; e tutti li altri rimangono da uno canto inoffesi, e per questo doverrebbono quietarsi, dall'altro paurosi di non errare, per timore che non intervenissi a loro come a quelli che sono stati spogliati. Concludo che queste colonie non costono, sono più fedeli, etoffendono meno; e li offesi non possono nuocere sendo poveri e dispersi, come è detto. (Niccolò Machiavelli- cap. III, Il Principe- 1513)
Da quando sono stata in Israele-Palestina un'analaogia ha iniziato a martellarmi la testa.
Tutto è iniziato quando mi sono ricordata le immagini televisive degli scontri tra coloni americani e tribù di 'pellerossa' nei film western. Le terre in cui arrivavano i coloni non erano cosi disabitate se per quelle terre si spargeva sangue.
Nello stesso modo, come ho già scritto su questo blog nemmeno le terre palestinesi erano cosi disabitate, tanto che all'interno dei confini di Israele ci sono ancora tracce di villaggi palestinesi- nonostante tutti i tentativi di cancellarle.
Ma la cosa interessante è il destino riservato alle popolazioni native delle due regioni. Questa è la mappa delle 'riserve indiane'
E questa è la mappa che mostra l' 'evoluzione' delle terre nell'ex mandato britannico della Palestina, dopo risoluzioni ONU, guerre e "accordi di pace". Le parti in verde sono quelle amministrate più o meno direttamente dall'Autorità Nazionale palestinese.
I confini delle aree, cosi come quelli delle riserve indiane, sono controllati. E il risultato, in entrambi i casi, è uno spezzettamento di cui Machiavelli sarebbe probabilmente orgoglioso.
Cercando di placare il martello nella testa ho scoperto che in rete anche altri hanno sviluppato questa analogia.
Il destino comune dei 'pellerossa' e dei 'palestinesi' è beffardo e ingiusto.
Si tratta di popoli che hanno visto la loro cultura e le loro tradizioni minacciate, se non addirittura negate, per favorire la migrazione di altri popoli verso 'nuove frontiere'. L'immigrazione di altri non sarebbe un problema: ogni terra può essere la casa di chiunque.
Ascolto Amira Hass. E mi sento privilegiata. Sento l'energia, l'equilibrio e il coraggio di una persona diversa. Che non ha paura di chiamare le cose col loro nome. E in 48 ore le vene mi si riempiono di nuovo del sapore del te alla menta, del sole e del calore dell'asfalto e della terra.
"se sei in west bank e non parli dell'area c é come se fossi stato in sud africa e non avessi parlato di Capetown e Soweto" Amira Hass (Workshop Torino, 17 aprile 2010)
Il Muro dell'apartheid nei pressi della citta' palestinese di Qalqilya, nord della Cisgiordania (west bank). La citta' era uno dei centri commerciali piu' fiorenti della zona, ora e' quasi completamente circondata dal Muro, con un solo checkpoint che permette l'accesso alla citta'. http://www.kreideryoder.com/wp-content/uploads/2008/08/qalqilia-map.jpg
Lo scarico raccoglie le fogne provenienti dal lato israeliano del muro, inondando terre coltivabili di proprieta' dei Palestinesi che ancora vivono nella zona