provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)

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28 gennaio, 2011

Dolcemente complicate



Giorni di confusione e di certezze in disfacimento e ricostruzione. La settimana e' iniziata con il ricordo del mio viaggio solitario in Giordania, motivando l'acquisto di un oggetto piuttosto che un altro per il corso di Anthropology of Travel and Tourism.

E la settimana si conclude con un 'dibattito' tra amiche che non si conoscono. Una mail di facebook che ci porta a riflettere su chi sono le donne modello. Quelle che sono un'alternativa alla visione semplificata e stereotipata.

E cosi sui nostri profili fanno la loro comparsa parecchi bianco e neri.

Io metto Virginia Wolf. Tributo alla donna famosa che per prima ha accompagnato la mia infanzia.'Virginia, come Virginia Wolf. Allora vuoi fare la scrittrice da grande?'... un po'impegnativo per una bambina di 8 anni. Ma tant'e'.

Ma ce n'e' una che ricorre in certi profili. Quella che mi ha fatto scoprire la mia tanto citata variabile di Insciallah prima ancora di mettere piede in Palestina. La mia bella e contraddittoria Oriana.





"È come chiedermi se esiste la formula della Vita... Le risponderò dunque con una frase straordinaria che mi capitò di udire mentre guardavo con occhi distratti il brano d'un film. Straordinaria, sì. Così straordinaria che mi piacerebbe sapere se si trattava d'un famoso aforisma uscito dalla mente d'un grande filosofo oppure d'una semplice battuta uscita dalla penna d'uno sceneggiatore geniale. Eccola: "La vita non è un problema da risolvere. È un mistero da vivere". Lo è, caro amico, lo è. Credo che nessuno possa sostenere il contrario. Quindi la formula esiste. Sta in una parola. Una semplice parola che qui si pronuncia ad ogni pretesto, che non promette nulla, che spiega tutto, e che in ogni caso aiuta: Insciallah. Come Dio vuole, come a Dio piace, Insciallah"

Oriana Fallaci, Insciallah -1990

06 novembre, 2010

GoogleMaps e i Territori Palestinesi scomparsi

A volte GoogleMaps gioca dei brutti scherzi.

Stavo vagabondando per il mondo con la street view quando mi è venuto in mente che fino a un anno fa non era possibile utilizzarla per curiosare in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati.

Oggi, a distanza di un anno e mezzo, entro in contatto con i miracoli di Google.



In pratica, cercando su Google Maps la città di Bethlehem si ottiene questo suggerimento (insieme ad altri tutti in zona Stati Uniti):




Interessante, soprattutto visto e considerato che la città di Bethlehem è catalogata dagli accordi di Oslo come "Area A": controllo sia amministrativo che militare dell'Autorità Nazionale Palestinese. Incredibile come diventi israeliana al momento delle ricerche su internet.

Ma la cosa che mi impressiona ancora di più riguarda i "suggerimenti fotografici" di Google.

In corrispondenza del Deishe Refugee Camp, il km quadrato e mezzo dove vivono più di 12.000 palestinesi, figli di quei rifugiati che nel 1948 hanno dovuto abbandonare i loro villaggi distrutti dall'esercito israeliano, appare una foto che non c'entra niente con il campo profughi in questione.



Si tratta della colonia di Har Homa: uno degli insediamenti illegali costruiti da Israele nei Territori Palestinesi. Uno dei punti più controversi dei cosi detti "peace talks"

Insomma, non solo google maps riesce a far risultare l'area di Betlemme come parte dello stato israeliano, ma camuffa la realtà, mostrando una colonia israeliana al posto di un campo profughi.

26 ottobre, 2010

Sfumature nel deserto


Ascolto una canzone di Max Gazzè, mentre la biblioteca si spopola. Oggi la birra nel bar della Bubble aveva un sapore più buono del solito.

Il colore del ricordo di Gerusalemme che brilla negli occhi di Julia, l'entusiasmo del ragazzo di Beit Sahour che vorrebbe criticare il relatore della conferenza "Arab unity: reality or illusion?" e la delusione quando il tempo scade e lui non ha la possibilità di fare la sua domanda.

E le sigarette di Golden Virginia che si accumulano nel posacenere, allargando la nostra mente attraverso le distese del Medio Oriente, fino alle montagne afghane e forse anche oltre.

E sfumature di occhi orientali illuminano giorni di studio e creatività.




Foto tratta dall'album Al Khas and Dar Salah
http://www.facebook.com/album.php?aid=75963&id=658988073&l=b8904517c5

25 ottobre, 2010

The control room

Finisce il film, "The control room". E i miei occhi sono ancora appannati di lacrime. Non lacrime per il dramma della guerra in Iraq. Sarebbe quasi scontato piangere quando si vede la gente che muore sotto le bombe.

Le mie lacrime di oggi sono di rabbia. La rabbia che prende la forma dei brividi lungo le braccia quando vedo i Bush e Rumsfield della situazione che commentano il modo in cui Al Jazeera ha riportato i primi giorni della guerra in Iraq. Dicono che quelle immagini di gente devastata dalle bombe e di case sventrate sono solo "propaganda". E lo dicono mentre i loro uomini al fronte mettono in piedi un quartier generale per l'informazione talmente organizzato che sembra un set cinematografico, in cui ogni testata giornalistica ha il suo camerino, per accogliere gli imbellettati reporter che raccontano la guerra con i comunicati stampa dell'esercito americano.



La rabbia ha lo stesso sapore mentre leggo il commento di Robert Fisk alla vicenda "wikileaks". Una "vecchia storia", che forse tutti sanno/ sapevano, ma che non è stata raccontata a dovere. Perche' troppe volte lo scontro di civiltà ci ha fatto dimenticare che dietro l'etichetta di "arabi", di "musulmani" ci sono persone. Che hanno sofferto, soffrono, la nostra "Democrazia", anzi la loro democrazia, quella dei Bush, dei Rumsfeld, dei Blair, dei Berlusconi ...



L'attacco di Fisk è fatto di cuore e passione e mi culla nella lettura, lenendo un po' il dolore:

As usual, the Arabs knew. They knew all about the mass torture, the promiscuous shooting of civilians, the outrageous use of air power against family homes, the vicious American and British mercenaries, the cemeteries of the innocent dead. All of Iraq knew. Because they were the victims.

http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-the-shaming-of-america-2115111.html

E il desiderio di verità di Marco Pannella, che gli fa fare uno sciopero della fame dal 2 ottobre per la verità sulla guerra in Iraq è, ancora una volta, una luce di speranza. Un balsamo per continuare a credere che qualcosa di diverso deve essere possibile.

29 settembre, 2010

Pezzi di memoria, pezzi di persone

Tante volte in Palestina ho sentito paragonare alcune attività portate avanti dallo stato di Israele o dall'esercito al nazismo. A volte ho pensato che fosse una provocazione, o un'esagerazione.

Durante la guerra di Gaza (Piombo fuso, dicembre 2009-gennaio 2010) molti attivisti parlavano di olocausto.

E io continuavo a ripetermi che era troppo.

Il mio amico Corey, ebreo canadese, aveva le lacrime agli occhi la sera che abbiamo guardato il documentario sulla rivolta nel Ghetto di Varsavia, mentre lui stesso ci spiegava perchè secondo lui si poteva tracciare un paragone tra molto di quello che stava accadendo in quei giorni nella Striscia, con le persone chiuse in quella che da molti viene definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo, e quello che è accaduto agli ebrei prima e durante la seconda guerra mondiale. Corey piangeva un po' quando ci raccontava di suo nonno, sopravvissuto all'olocausto, e del "motto" di tutti gli ebrei: "mai più".

Io stessa, scossa da quei giorni di guerra, vicina e lontana, pensavo che il paragone fosse azzardato. In fondo l'olocausto per noi giovani europei è l'immagine reale del "peggio possibile", con il nazismo, le leggi razziali, le deportazioni e tutto quello che a scuola ci hanno illustrato in dettaglio (eccezion fatta che si sono spesso dimenticati di sottolineare che anche i gay e i rom venivano deportati...ma questa è un'altra storia).

Poi succede che la vita passa, le immagini si depositano, cambiano forma, nome ed etichetta.

E poi succede che leggi un articolo pubblicato su Haaretz, in cui tra le altre cose si illustra la proposta che il Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman vuole proporre alle Nazioni Unite:

spostare la popolazione ebraica che vive nelle colonie in Cisgiordania (illegali secondo il diritto internazionale) in territorio israeliano e gli arabi che vivono in Israele in Cisgiordania.

Questo piano e questi "spostamenti" di persone, magari di arabi palestinesi in uno stato- certo autonomo- ma ben demilitarizzato, con i confini controllati da Israele e chiuso dietro a un muro come lo vorrebbe il Primo Ministro israeliano Netanyahu mi richiama alla memoria un termine che veniva usato dai nazisti per definire gli ebrei: stucken, pezzi.

E cosi, stasera, le lacrime del mio amico Corey, ebreo canadese, sono anche le mie.

26 giugno, 2010

Imparare la nonviolenza...in Palestina

Saltellando su internet e in particolare su facebook capita di imbattersi in immagini che esprimono il turbine dei sentimenti di confusione e di dolore meglio delle parole. Anche perchè la rabbia di questi ultimi giorni fatica a trasformarsi in parole.



Qui i fatti di questi giorni...
http://www.infopal.it/leggi.php?id=15142

ps. c'è sempre da migliorare, però:
Israele e Palestina - dai territori alla freedom flottiglia, l'embargo israeliano e i rapporti con la comunità internazionale

04 giugno, 2010

Paradossi e parole


Una moschea di Gaza dopo uno dei bombardamenti dell'Operazione Piombo Fuso, dicembre 2009- gennaio 2010


"Anger is a ferocious creature. Journalists are supposed to avoid this nightmare animal, to observe this beast with ‘objective’ eyes. A reporter’s supposed lack of ‘bias’ – which, I suspect, is now the great sickness of our Western press and television – has become the antidote to personal feeling, the excuse for all of us to avoid the truth. Record the fury of a Palestinian whose land has been taken from him – but always refer to Israel’s ‘security needs’ and its ‘war on terror’. If Americans are accused of ‘torture’, call it ‘abuse’. If Israel assassinates a Palestinian, call it a ‘targeted killing’. If Iraq has become a hell on earth for its people, recall how awful Saddam was. If a dictator is on our side, call him a ‘strongman’. If he’s our enemy, call him a tyrant, or part of the ‘axis of evil’. And above all else, use the word ‘terrorist’. Terror, terror, terror, terror, terror, terror, terror. Seven days a week.

"That’s the kind of anger that journalists are permitted to deploy, the anger of righteousness and fear . . . For journalists, this has nothing to do with justice – which is all the people of the Middle East demand – and everything to do with avoidance. Ask ‘how’ and ‘who’ – but not ‘why’. Above all, show respect. For authority, for government, for power. And if those institutions charged with our protection abuse that power, then remind readers and listeners and viewers of the dangerous age in which we now live, the age of terror – which means that we must live in the Age of the Warrior, someone whose business and profession and vocation and mere existence is to destroy our enemies."

Robert Fisk, The Age of the warrior, 2008, FSC

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