
Abbandono momentaneamente "Passaggio in ombra". A volte i libri si possono anche non finire, lasciare lì e riprendere in momenti migliori. Lo dice anche Pennac (I diritti imprescindibili del lettore)
Scopro il "Cavaliere Inesistente" e Calvino.
Di seguito una lettera di Calvino pubblicata il 3 aprile 1960 sul "Mondo Nuovo", settimanale politico della sinistra socialista. Si tratta della risposta a una recensione del critico Walter Pedullà.
Sono da diversi mesi in viaggio attraverso gli Stati Uniti, e solo adesso, tornando a New York, sono venuto in possesso di qualche ritaglio- stampa riguardante il mio ultimo romanzo Il cavaliere inesistente, uscito mentre ero già in America. Leggo con grande ritardo un articolo a firma Walter Pedullà, pubblicato nel numero del 31 gennaio del tuo giornale, sotto il titolo Il romanzo di un ex comunista.
Un critico ha il diritto di interpretare come crede qualsiasi opera, però mi sento in dovere di avvertire i tuoi lettori che l'interpretazione in chiave allegorica politica del Cavaliere Inesistente è completamente arbitraria, non corrisponde affatto alle mie intenzioni nè ai miei sentimenti e snatura completamente la lettura del libro.
Il Cavaliere inesistente è una storia sui vari gradi di esistenza dell'uomo, sui rapporti tra esistenza e coscienza, tra soggetto e oggetto, sulla nostra possibilità di realizzare noi stessi e di entrare in contatto con le cose: è una trasfigurazione in chiave lirica di interpretazioni e concetti che ricorrono continuamente oggi nella ricerca filosofica, antropologica, sociologica, storica; è stato scritto contemporaneamente al mio saggio Il mare dell'oggettività, pubblicato sul Menabò2, che può costituire un corrispettivo teorico di quel che ho voluto esprimere nel romanzo in forma fantastica. Ma che diavolo c'entra l'allegoria dei comunisti in tutto questo?
Finora non ho potuto vedere che poche delle recensioni uscite, ma leggo che anche altri hanno visto nel mio personaggio chiamato Agilulfo addirittura un "funzionario di partito"! Mi pare che interpretazioni simili di un testo che non dà nessun appiglio a discorsi del genere siano frutto di una pericolosa fissazione di voler vedere tutto in chiave politica contingente.
Nel Cavaliere inesistente, come nei miei due precedenti romanzi fantastico- morali o lirico- filosofici come si vogliono chiamare, non mi sono proposto alcuna allegoria politica, ma solo di studiare e rappresentare una condizione dell'uomo di oggi, il modo della sua "alienazione", le vie di raggiungimento di un'umanità totale.
Il Pedullà scrive "I cavalieri del San Gral sono una grottesca allegoria dei comunisti". Grottesca, anzi completamente assurda, è l'interpretazione del Pedullà. Come possono entrarci, in quel punto, in quel contesto, i comunisti? In quel punto, nel quadro delle varie esemplificazioni del rapporto tra individuo e mondo esterno, io avevo bisogno di esemplificare un particolare tipo di rapporto: quello mistico, di comunione col tutto; e lo spiego, fin troppo chiaramente, magari, ed enuncio la mia posizione contro questo atteggiamento, ed è uno dei capitoli del libro cui tengo di più da un punto di vista "ideologico". Pedullà invece ci vede i comunisti e l'Ungheria. Ma qui siamo proprio sul piano dell'ossessione!
Proprio nel capitolo dei cavalieri del Gral io ponevo pure, a contrasto, l'esemplificazione della presa di coscienza sul piano storico: il popolo dei Curvaldi che acquista coscienza d'esserci nel momento in cui lotta per la propria libertà, e questa è l'unica "allegoria politica" del libro, ma non allegoria, a dire il vero, bensì indicazione palese dei popoli e delle classi che attraverso la lotta si realizzano sul piano dell'Essere.
Se scrivo racconti fantastici è perchè mi piace mettere nelle mie storie una carica di energia, d'azione, di ottimismo, di cui la realtà contemporanea non mi dà ispirazione. Certo, però, se un critico mi definisce "decadente", un giudizio storico letterario nel quale le mie intenzioni contano poco. Ma una definizione di posizione politica è una questione di dati di fatto; è dunque mio diritto smentirla e mettere in guardia i lettori dalle interpretazioni tendenziose. Soprattutto mi disturba che si parli a mio proposito di "fede" (nel comunismo) e di "perdita di fede" (con successivo anticomunismo); un atteggiamento alla Dio che è fallito* che è sempre stato agli antipodi co tutto quello che ho scritto fatto detto pensato.
* Riferimento al libro Il dio che è fallito. Sei testimonianze sul comunismo, a cura di RHS Crossman, edizioni di comunità, MIlano 1950, in cui sei scrittori che avevano militato o simpatizzato per i partiti comunisti negli anni '30 e '40 (A. Gide, L. Fischer, A. Koestler, I. Silone, S. Spender, R. Wright) raccontavano la loro vicenda politica e spiegavano le ragioni della loro abiura.
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