provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)

12 agosto, 2008

Un'istrice -2. cosa c'è di più sincero di una canzone rock






Gianna Nannini, il furore
del rock italiano al femminile

di Gino Gastaldo (2006)

MILANO - Il furore del rock al femminile in Italia ha sempre avuto il volto sbarazzino e la voce potente di Gianna Nannini, senese purosangue (è nata tra le gloriose strade della contrada dell'Oca), da pochi giorni transitata alla boa dei cinquant'anni. È vispa, ipercinetica, slavata, senza trucchi e rifacimenti di sorta, saltella allegramente nello studio che ha allestito nella sua casa milanese, ma negli occhi ha una luce nuova, come se si fosse ritrovata dopo tanto tempo, e il successo travolgente del suo nuovo disco, Grazie, ne è un'ulteriore conferma. Uno stato di grazia attraverso il quale fa capolino lo sguardo della maturità, come se dopo tanto furore, dopo eccessi, rivolte sanguinose, blitz urlati, fosse oggi al centro di se stessa, finalmente.

A vederla sul palco è ancora generosa, infuocata, ma con un equilibrio che prima non aveva. "Vuol dire che non c'è bisogno di alcolizzarmi come prima?", dice ridendo. "Prima bere mi dava l'idea che l'alcol mi aiutasse a dare di più. All'inizio pensavo a Janis Joplin, sì a quel tempo si beveva molto, facevo i cocktail per tutta la band, andavo sul palco credendo che lo spirito venisse fuori dallo spirito alcolico più che da me. Oggi, essendo per fortuna sopravvissuta ai miei eccessi, ho capito che non è così, quello che tiri fuori è quello che hai, da lucida, non è certo l'alcol".

Un tempo per lei dare tutto sul palco significava correre sul ciglio di un burrone, un pericolo costante. Sembrava mettere in gioco tutto quello che aveva, perfino più di quello che aveva. "Poi ho imparato a darmi una regolata, una volta a Berlino, tanti anni fa, ero praticamente morta, ho avuto un collasso sul palco da anfetamina perché avevo preso una pasticca insieme all'alcol e ho fatto crac. Mi è successo altre due o tre volte, poi ho detto basta. Ho passato periodi di assoluto rigore con l'alimentazione, ora sono oltre, faccio quello che mi dice il corpo, se ho voglia di una cosa la mangio, in tour cerco di tenermi, cerco di fare del mio meglio ma non esagero. A volte digiuno per due o tre giorni prima di salire sul palco, mi dà una sensazione quasi mistica".

Lo studio in cui ci troviamo è sobrio, c'è solo l'essenziale: un pianoforte con dei microfoni, una chitarra, un grande tavolo vicino a un cucinino, scaffali pieni di suoi dischi, pile di vecchie cassette, un ambiente semplice, governato da una simpatica ragazza che si occupa di lei, una super attendente pronta a tutto. Gianna Nannini ha le mosse di un furetto, nasconde con toni da monella la sua buona educazione familiare.

In fondo la sua è stata fin dall'inizio una rivolta, la musica, le canzoni, gesti di sovversione contro la rassicurante atmosfera borghese di casa sua, non agevolata da una famiglia che forse all'inizio vedeva con sospetto la fissazione della ragazza, fin da adolescente, nel voler cantare a tutti i costi. Del resto è convinta che la musica faccia bene, che possieda virtù terapeutiche.

"Sicuramente sì, io vado fuori tempo naturalmente, anticipo, non avevo nessuna idea del tempo quando ero a Siena, ero fuori dal tempo, il groove non sapevo neanche cosa fosse, ho dovuto imparare. Ricordo il mio primo provino alla Fonit Cetra a Torino, avevo quattordici anni, allora andavano i concorsi di voci nuove, c'erano Nada, la Cinquetti, si portavano le cantanti ragazzine, mi dissero, vada a casa, lei è negata, non potrà mai fare la cantante. Perché? Perché è squadrata, io non sapevo neanche che volesse dire, voleva dire che non andavo a tempo, ed era vero, prendevo il tempo come veniva, infatti i miei primi pezzi li facevo al pianoforte, avevo un tempo libero, sette quarti, sei ottavi, viaggiavo su ritmi miei, e finché stavo sola al pianoforte andava tutto bene, se ci mettevi una band mi dicevano ehi, che fai? Poi sono andata in Germania, lì sul ritmo erano minimalisti, semplici, era bello, con loro mi trovavo bene, ho capito che non dovevo andare con la parola sul colpo di rullante, ci dovevo navigare sopra".

Bella metafora il ritmo. Può essere un modo di prendere la vita, o di non prenderla? "Sì, infatti mi succedevano molti incidenti, cadevo spesso, anche sul palco, ora invece mi reggo in piedi meglio. Un po' fuori tempo ci vado sempre, è la mia specialità, però ho imparato dove entrare. Sono andata avanti per la voce, se era per il ritmo non sarei arrivata dove sono adesso".

Come ha fatto a riprendersi dopo che le avevano detto che era negata? "Per fortuna non mi sentivo negata, ho continuato a fare concorsi, tutte promesse, ma non succedeva niente. La famiglia non mi aiutava per niente, anzi, andavo dalle zie, poi a Siena un cantante mi fece conoscere il Maestro Mescoli, lui mi sentì e disse vieni a Milano a fare un provino, era la Numero Uno, capirai c'era Battisti, per me era il massimo, poi conobbi Claudio Fabi che era il produttore della Pfm, e mi aveva dato un pezzo di Mogol che non mi piaceva per niente, diceva "con il martello si romperà l'amor", io non volli inciderlo e il pezzo finì a Pappalardo, dissi che volevo fare le mie canzoni e Fabi che era un mio fan me le fece fare, mi portò alla Ricordi e lì cominciò tutto".

Venticinque anni dopo Gianna Nannini è un'autrice consapevole, ha scritto una pregevole autobiografia, dialoga di vita e di testi con la scrittrice Isabella Santacroce e dichiara più liberamente che in passato le sue preferenze sessuali. "Sono tutti interessati a questo, ma com'è?", dice con una punta di fastidio. "Ne ho parlato liberamente, non ho fatto mai mistero del fatto che ho avuto "anche" esperienze con delle donne, ma non "solo" con le donne, io non distinguo le due facciate, per me sono identiche, non è un segreto. Il fatto è che quando parlo d'amore parlo d'amore, non di sesso, o di preferenze sessuali".

Il suo momento magico, ovvio trattandosi di una cantante rock, rimane quello del palco. Lì si trasfigura, prende luce, si apre all'energia che arriva dalla platea, e ora che una consistente maturità ha mitigato il suo debordante temperamento, sembra riuscire a godersela pienamente, con più calma, senza fretta, assaporando uno per uno i momenti del concerto. Ora più che mai. Un pubblico che continua ad amarla, dopo tanti anni, e lei ricambia, a modo suo. "È strano, mi sembra che finalmente hanno capito qualche cosa, sono passati vari stadi, forse ci voleva tutto questo tempo, ora forse è il momento più vicino a quello degli inizi, come poeticità, scrittura, e poi si è perso del tempo, sono stata troppo spesso all'estero, ora c'è più attenzione all'Italia, sarà anche grazie al cambio di management, il manager che avevo prima aveva sempre paura di tutto, soprattutto della comunicazione in Italia. Con lui il libro autobiografico non l'avrei fatto mai, lui si impressionava per dischi che andavano così così, poi cercava di aggiustare le cose, di mediare, ma era sbagliato, le cose vengono in un modo e bisogna lasciarle così. Ora ci sono di più, ho ritrovato un buon rapporto col mio Paese. E poi sono abituata a doverlo conquistare il pubblico. Prima era mischiato, quando facevo rock più "peso" si guardavano perplessi poi magari uno si eccitava guardando il vicino e si sentiva in diritto di eccitarsi, ora non succede più, sono più compatti e mi emoziono abbastanza, abituata a lottare come sono, mi viene da piangere, se mi amano così mi fa un piacere dell'anima, mi lascio più andare, sono più morbida come atteggiamento fisico. Certe volte gli schiaffi li davo davvero, una volta in Germania c'era uno in prima fila che stava fermo, e io "pam" gli ho mollato un ceffone, lui è rimasto di sasso, la ragazza poi lo carezzava, allora son tornata e gli ho dato dei bacini. Per svegliare il pubblico a volte bisogna fare così".

Lo dice sghignazzando, l'occhio furbo della monella che sopravvive inalterato sul viso della cinquantenne cantante rock: "Boh, alla fine sembro sempre una scappata di casa. Anche adesso in concerto a volte capita qualcosa di strano. A Napoli ci siamo beccati una denuncia, perché c'era un tipo in prima fila sui sessant'anni, tutto preciso. Dopo il primo pezzo la gente si è accalcata davanti e lui urlava, creando scompiglio, poi se ne è andato e io per tranquillizzare la gente ho detto: tranquilli è solo uno che ha sbagliato concerto. Lui ha denunciato l'organizzatore perché diceva che voleva vedere. Ma cosa c'è da vedere, dico io, c'è da partecipare, non è mica una sfilata di moda, che voleva, i cambi d'abito?".

Il successo arriva ogni volta che trova delle belle melodie. Il suo rock, in questo molto italiano, funziona quando si coniuga col respiro del canto, con temi di cui il pubblico si appropria immediatamente, come successe con Fotoromanza, con Maschi, con Bello e impossibile. Ora è successo di nuovo con l'album Grazie. "Beh, sì, quando l'ho cantata, la prima volta che ho fatto il provino, mi sono messa a piangere, urlavo, saltavo, ora quando la faccio dal vivo è altissima, ma non ho cambiato tono perché non sarebbe la stessa cosa". La melodia è anche il passepartout che l'ha fatta arrivare fin dall'inizio all'attenzione di un pubblico internazionale. "Prima di tutto penso che pochi cantanti al mondo possono cantare bene come un cantante italiano, che raggiunge la nota melismatica, e vuol dire portare la melodia con variazioni melodiche, quindi credo che la melodia sia la cosa principale, ma bisogna saperla fraseggiare coi ritmi giusti, se no diventa una cosa patetica, per me vuol dire inglobarla in un ritmo, renderla ancora più sinuosa, è un'onda, una melodia cavalca su un'onda ritmica".

Si direbbe un momento felice. Ma l'inquietudine per una come lei è una compagna di vita, è sempre lì, pronta a colpire. "Come vita non è proprio un momento in cui provo una gioia da morire", racconta con una espressione improvvisamente seria. "Sono molto felice di quello che mi sta capitando, tutto questo successo, però nel disco si sente molta sofferenza, anche se poi viene sublimata, l'effetto della canzone è terapeutico, diventa un modo di uscire da tanti problemi, sono convinta che mio padre, che ha 84 anni e ha avuto un ictus, sia ancora vivo perché gli ho fatto una canzone (Babbino caro). Certe volte le canzoni sono una preghiera, sono un modo di rapportarsi all'altro con l'energia della preghiera, quindi credo in questo significato spirituale e terapeutico della musica. Sto bene con me stessa, sono contenta di quello che ho, però dire che sono esplosa di gioia, quello no".

Alla fine si ha la curiosa impressione di aver dialogato con una donna che guarda sempre avanti ma che si porta dietro radici antiche. "È il canto popolare che ho dentro", spiega. "Sono nata da lì, mi viene di farlo in chiave punk, ma c'è sempre, è una caratteristica che amo mantenere, quello che lo rinnova è la voce, se certe cose le fai rock la melodia prende tutt'un altro aspetto, forse la mia caratteristica è proprio quella di cantare queste cose antiche con una voce etrusca, così mi chiamavano, però di oggi, una voce che graffia, senza vibrato". La donna etrusca, che vive a Milano, sorride, come una sfinge. È una che lotta, sempre, per convincere gli altri e se stessa di una cosa: il mondo ha sempre bisogno di sincerità. E cosa c'è di più sincero di una canzone rock?

(25 giugno 2006)http://www.repubblica.it/2006/06/sezioni/persone/nannini/nannini/nannini.html

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