provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)

17 luglio, 2009

Nascosta dietro a un Muro e dentro una canzone

"Canzone" di Vasco mi riecheggia nella testa da giorni, come succede quelle volte in cui un testo e una musica che hai sempre ascoltato decidono di entrare con una spallata nella colonna sonora della tua vita. Le spallate fanno male e lasciano il segno, ma almeno le lacrime lavano via i sensi di colpa, in attesa di trovare il coraggio di esprimere i sentimenti con le parole.

Lavoro tanto per non pensare. E per fortuna capita che la direttrice dell'AIC definisca "outstanding" la mia ricerca sull'espansione delle colonie dopo Annapolis.
E poi tanto impegno che mi rende orgogliosa su MRS.

Viaggio in Cisgiordania: http://nuke.mondorosashokking.com/Portals/0/VIAGGIO-IN-CISGIORDANIA_gallery.pdf

E l'intro del viaggio:
Il politically scorrect passa anche attraverso i muri (www.mondorosashokking.com)

Ho sempre pensato che "politicamente corretto" fosse sinonimo di ipocrisia, di mancanza di coraggio nel definire le cose come stanno, preferendovi colorite perifrasi. Sono dovuta arrivare in Palestina per incontrare una forza della natura proveniente dall'Irlanda che mi facesse vedere le cose da un altro punto di vista. Lei è una di quelle persone che non usa giri di parole, ma chiama sempre le cose con il loro nome. E il giorno che ci siamo impegolate in una conversazione sul significato dell'espressione "politically correct" mi aspettavo di sentirle criticare questo tipo d'approccio. Invece mi ha stupita, con una spiegazione derivante in gran parte dal fatto di condividere la stessa lingua con chi ha coniato quest'espressione negli anni '30. Solo allora ne ho capito anch'io il significato. "Usare il linguaggio per annullare le discriminazioni. Rendere tutti uguali almeno con le parole. Certo, c'è il rischio di cadere nell'ipocrisia, ma almeno si prova a fare qualcosa".

Sono andata su Wikipedia, trovandovi la conferma alla definizione della signorina irlandese. Ho dovuto mettere in saccoccia il mio approccio aperto e costruito su modelli di ribellione alle regole sociali, e le ho dato ragione.

(http://it.wikipedia.org/wiki/Politicamente_corretto) L'espressione politicamente corretto (traduzione letterale dell'inglese politically correct) designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l'offesa verso determinate categorie di persone. Qualsiasi idea o condotta in deroga più o meno aperta a tale indirizzo appare quindi, per contro, politicamente scorretta (politically incorrect): cioè, alla stregua di questa visione, inaccettabile e sbagliata. L'opinione, comunque espressa, che voglia aspirare alla correttezza politica dovrà perciò apparire chiaramente scevra, nella forma e nella sostanza, da ogni tipo di pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere, di età, di orientamento sessuale, o relativo a disabilità fisiche o psichiche della persona.

A questo punto ho iniziato a pensare. E la stessa signorina irlandese dice che quando inizio a pensare cominciano i problemi. Vero. Ho iniziato quindi a riflettere che l'annullamento delle discriminazioni non passa solo dalle parole, ma anche da gesti, leggi, comportamenti e, sissignori e signore, anche dall'architettura. Basta immaginare solo a quanto contano le barriere architettoniche per una persona sulla sedia a rotelle o per un non vedente, a quanto lo possono far sentire diverso.

Quella stessa sera stavo camminando verso casa della mia professoressa di arabo. Ho visto in lontananza il solito soldato israeliano – mingherlino e forte dei suoi occhialini da top gun - a fare la guardia al checkpoint delle auto lungo la strada che porta a Gerusalemme. Alzando di poco lo sguardo ho visto, con maggiore consapevolezza, quello che la prof. vede ogni volta che guarda fuori dalla sua finestra: gli 8 metri di cemento del Muro. Muro che lei non può valicare, a meno che non abbia ottenuto un permesso speciale.

Allora ho pensato a tutti i padri palestinesi che ho visto lasciare la mano del figlio al passaggio di un checkpoint per inginocchiarsi e sfilarsi le scarpe di fronte a un soldato.

Ho rivisto Ahmad, il mio collega, che quando è nato suo figlio non è potuto andare all'ospedale di Gerusalemme ad abbracciarlo. Sabrine, sua moglie, ha una carta di identità blu, in quanto residente a Gerusalemme. Ahmad ne ha una di un'inequivocabile verde-palestina.

Mi sono rivista sul service per Ramallah a impiegarci un'ora e un quarto per arrivare in una città che dista 30 km da Betlemme. Però, quando sono con i Palestinesi, il giro si allunga di 20 km. Perché loro, con la carta di identità verde-palestina, dalla strada che taglia Gerusalemme non ci possono passare. Nemmeno se è un israeliano a dargli un passaggio. Vietato per legge. Vietato dal diverso colore del documento.

E il Muro corre di fianco al service. A ricordare, ingombrante e imponente, che loro devono stare da quella parte. Perchè sono pericolosi, come razza, come etnia, come religione.

Quel muro non solo è politically scorrect, ma è anche difficile, davvero difficile da accettare.

Venite con me a farvi un giro in Cisgiordania...


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