provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)

08 dicembre, 2009

Pozzanghere, porte metalliche e luci al neon...

E cosi' sono finita a visitare un Cie con Emma Bonino. Se tre anni fa me lo avessero preannunciato non ci avrei creduto. A dire la verita' tre anni fa non sapevo nemmeno che cosa fosse un CIE. Non lo sapeva nessuno, anche perche'allora si chiamavano CPT(Centri di Permanenza Temporanea). Ma il succo e' sempre quello, inquietanti centri dove vengono rinchiusi gli immigrati irregolari, quelli per cui il nostro stato decide che non c'e' posto. Quelli che devono andarsene, tornare negli inferni delle loro terre.
Che va bene che non possiamo accogliere tutti, ma che ne vogliamo fare della gente che scappa dai fuochi di guerra dell'Africa o dell'Asia. Che se non e' guerra aperta e' conflitto, poverta', terrore, violenza, fame e miseria.
Noi non ce la immaginiamo neanche la miseria. Non ci immaginiamo nemmeno la guerra o la persecuzione per motivi religiosi.
Noi, io, siamo privilegiati, caldi nelle nostre case, a fare le nostre rivolte, sorseggiando una menabrea davanti al Rattazzo in Colonne o a casa.

Che non e' che uno si deve sentire in colpa per il lato del mondo in cui e' nato, ma almeno pensarci si'.
E meno male che ci sono i Radicali che organizzano il Ponte dell'Immacolata nei Centri per gli immigrati. E si portano dietro gli altri parlamentari. Cosi' come ad agosto si erano organizzati per il Ferragosto in carcere.
E allora il senatore dell'UDC (anzi, no, Alleanza per l'Italia) Pezzotta si trova davanti ai giornalisti sotto la pioggia, al riparo di un cavalcavia della tangenziale a dire che mentre la Lega difende il crocefisso "altro che difendere il crocefisso, noi siamo qui per difendere i crocefissi, cioe' le persone che hanno dentro la carne il dolore e la sofferenza". "Io non sono cattolica, pero' e' una situazione che chiunque ami l'umanita' e la legalita' finisce col sentirsi abbastanza stordito" dice Emma Bonino sotto lo stesso cavalcavia.



E si', io mi sento stordita stasera. Stordita dopo aver visto persone chiuse in un corridoio, in stanze che, per quanto non affollate come quelle dei carceri, sempre prigioni sono. Con porte metalliche, tremolanti luci al neon, persone che ingannano il tempo giocando a carte sedute per terra, che chiacchierano sul letto e scrivono su un muro la loro rabbia, la loro poesia. Persone che magari sorridono anche.
Vedo Ilaria, dell'Arci, che accarezza il viso di una bionda ragazza moldava.
Vedo me, che accucciata di fianco a un letto, chiacchiero con due ragazze nigeriane.
E penso che se hanno commesso un reato in questo momento a me non interessa. La cosa che mi martella nella testa e' la claustrofobia senza liberta'. La claustrofobia che vivono i 2,000 immigrati irregolari, clandestini, che sono sparsi in Italia in questi centri e che hanno la colpa di essersi lasciati alle spalle i loro paesi. E se ascolto il poliziotto scopro che si' hanno commesso dei reati: spaccio, prostituzione... reati che sono alimentati dai desideri della nostra societa' proibizionista. Siamo noi ad alimentare le loro azioni criminali, con la nostra domanda. La nostra domanda di pomodori da raccogliere in Sicilia, di lavoro nero nell'edilizia, di pizzerie a basso costo, di bisogno di far pulire a qualcuno che non siamo noi il corpo della vecchia nonna.
E allora mi domando che senso ha tutto questo. Mi domando cosa vuol dire un passaporto, un confine, uno stato, una religione.
E allora torno a casa, fumo una sigaretta, bevo una menabrea, mi godo il mio privilegio di poter decidere se stare in casa o uscire. Mi ingoio tutti gli insulti per il mio lavoro. Mi ricordo che domani e' ancora vacanza. E si', mi ricordo anche perche' sono radicale. Perche' oggi ho toccato la radice di un problema, l'ho condivisa con altri, con quelli con cui ero in quel centro, con gli operatori della croce rossa che ogni giorno si muovono tra le persone chiuse in quell'angolo periferico di Milano. Quelle persone che nessuno vuole vedere. Tranne quelli che hanno accettato di fare questa visita e quelli che la vorrebbero fare alla prossima occasione.
Oggi faccio un po' fatica ad essere ottimista. Ma la relazione della visita e' quasi pronta. E mercoledi Rita Bernardini e gli altri presenteranno dati, numeri, storie di questi tre giorni. E quelle persone usciranno per qualche ora dalle loro stanze con le porte metalliche, da quei cancelli alti, salteranno al di qua delle pozzanghere e inonderanno con le loro vite le nostre vite.
Spero questo. Spero che non smetteremo di pensare.

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