provaci tu a dare un nome al passato (cioè: cronologia)

17 marzo, 2005

QUEL PASTICCIACCIO DI VIA KRAMER

2 a 2. Inter in vantaggio, rimonta e pareggio finale. Cinque giornate, la stessa storia. La vetta della classifica si allontana e lo sconforto serpeggia in Curva Nord. Per fortuna che c’è Adriano. Questi malinconici pensieri si affollavano nella testa di Elena F. Stava lì, fronte e naso incollati al vetro della finestra che dava su Via Kramer. Goccioline di pioggia.
Una sigaretta spenta in mano e lo sguardi fisso tra le foglie verdissime degli alberi lì davanti. Chissà quante primavere avevano visto. Erano lì da almeno 100 anni, forse di più. Forse c’erano ancora le mura spagnole a delimitare una Milano diversa, ormai melodia del ricordo.
Il parco del Convento delle Benedettine di via Bellotti. Per anni scuola, ora solo convento.
Da qualche giorno una suora faceva la sua corsetta nel campo da basket, sole o pioggia, sempre intorno alle 11. Abito da suora, con anche il velo, una tuta blu a coprirle le gambe. Quella mattina niente corsa. Là, in mezzo al giardino, col naso per aria. Un platano le transitava sopra la testa. Radici, terra e tronco, tutto appeso a una gru enorme.
Solo in quel momento Elena si accorse di quello che stava accadendo agli alberi, guardie centenarie della vecchia Milano. Un’intera squadra di operai con ruspe e attrezzature efficacissime era lì a potare gli alberi, preparandosi a spostarli.
Brivido di iniziative nella schiena di Elena.
Scende per strada, correndo sul marciapiede, tra cacche dei cani, attentato alle scarpe gialle, macchine parcheggiate nei modi più contorti, si dirige verso l’entrata del convento.
Suona il citofono e intanto si domanda come chiedere alla sorella sportiva, senza risultare blasfema o offensiva, cosa diavolo stava succedendo alle piante!
Nessuno risponde al citofono. Prova a spingere. E’ aperto.


2.
Con quelle scarpette da ginnastica era silenziosissima. Il rumore delle ruspe e delle motoseghe un sottofondo costante.
In un attimo si trovò faccia a faccia con la suora, il velo in disordine che non copriva tutti i capelli.
“Chi sei? Cosa fai qui?”
“Buon giorno sorella” tono da brava bambina impostato, “mi domandavo cosa stesse succedendo ai vostri platani. Poco fa ne ho visto uno che volava…”
“Niente” rispose la suora stizzita, cercando di concludere frettolosamente. Pallore inespressivo, accentuato per contrasto dal nero del vestito.
“Come niente? Alberi centenari vengono spostati da una parte all’altra del vostro giardino e lei mi dice niente! Vendete il terreno?”
Elena stava davvero perdendo la pazienza, ma capì che la conversazione era finita. Salutò e se ne andò.
I vicini del condominio avevano ognuno la propria versione dei fatti, i loro informatori, le loro novità e le indagini non facevano passi avanti. Si era sentito parlare di un parcheggio. Qualcuno sembrava addirittura contento: forse perché voleva comprarsi un box.
Lunedì mattina: giorno di mercato. Uscendo dal portone notò uno strano movimento all’angolo. Si avvicinò. Una ragazza, in un’impeccabile divisa da scout, le diede un volantino: FIRME PER GLI ALBERI! Una petizione. Molti avevano già aderito.
L’aspettavano odore di pollo arrosto e venditori urlanti….si unì anche lei alla raccolta delle firme.
Quel pomeriggio era a Palazzo Marino, con centinaia di nomi tra le mani, determinatissima a capire cosa stava succedendo.
La segreteria le prese i fogli dalle mani e le spiegò che non era il sindaco ad occuparsi di quelle cose, ma il vice sindaco.
Bene, cominciava bene.



3.
“Via Bellotti…via Bellotti?” Si interrogava il Grande Vice, gli ricordava qualche cosa ma non sapeva esattamente che cosa. Sì, certo, molto prima che lui arrivasse a Milano erano avvenuti in Via Bellotti fatti gravi. Improvvisamente ricordò: molti anni prima, al termine di un comizio del MSI un gruppo di attivisti di destra, di giovani drogati e di futuri onorevoli aveva attaccato le forze dell’ordine e una bomba a mano aveva ucciso un agente di PS, l’agente Marino gli pareva di ricordare. Un passato lontano, ma da dimenticare in modo assoluto. Oggi tutto era diverso, si stava dalla parte della Legge e dell’Ordine. Ma, cosa volevano questi con le piante di Via Kramer? Per di più c’erano di mezzo le suore, cioè la Chiesa, quanto di più Legge e Ordine era possibile immaginare.
Il Grande Vice si grattò la grossa testa ingrigita e mise nel tiretto di sinistra, in fondo, il pacco di firme.
Nel frattempo Elisabetta cercava invano di trattenere sul marciapiede i due figli che correvano allegramente in direzioni opposte e nello stesso tempo di leggere il manifestino delle suore che il panettiere le aveva dato. Le suore dicevano che gli alberi sarebbero stati rimessi al loro posto ma, contraddicendosi un po’, dicevano anche di aver venduto il terreno.
“Chi ha comprato il terreno?” chiedeva Sara a Elisabetta.
Sara aveva in mano un comunicato del Comitato Provvisorio per la difesa degli alberi che le avevano dato al bar. Il quartiere era ormai diviso tra guelfi e ghibellini, si poteva tracciare una mappa attraverso i negozi, ancora numerosi in zona, perché alcuni distribuivano il comunicato delle suore, altri raccoglievano le firme per il Comitato.
“Con chi stare?” si domandava Elisabetta: di famiglia sarebbe stata guelfa, ma gli alberi tagliati proprio davanti a casa sua la portavano a essere ghibellina.


4.
Elena pensava che quella storia non avesse nessun senso apparente. La ricapitolava nella testa mentre aspettava che lo strano signor S le rispondesse al telefono. Il signor S, che personaggio. Magro, pelato, bocca grandissima. E quel impermeabile. Non dovette neanche presentarsi al telefono, lui la riconobbe subito. Elena gli disse che non c’era più tempo, le servivano i risultati delle indagini bancarie. S. le rispose di avere pazienza, le avrebbe mandato il tutto a casa in una busta. La stava aiutando molto.
Due giorni dopo ecco la busta. Si chiuse in camera, accese una sigaretta. Il momento della verità. Non appena vide quali erano i nomi le mancò il fiato. Nomi grossi, nomi importanti. Si sentì sola, capendo che non era una battaglia tra guelfi e ghibellini, ma tra gente grossa e gente normale. E si immaginava tutte le firme che giacevano in qualche angolo polveroso degli uffici comunali.
Non si fece prendere dal panico. C’era ancora un’ultima carta da giocare. La scuola media che confinava col parco. La dirigente (così si fanno chiamare adesso i presidi) era una in gamba. Chissà…
Ancora una volta corre per la strada, in cerca di qualcosa, un risultato. E’ riuscita a strappare un appuntamento per quel pomeriggio stesso. Non ha bisogno di spiegare alla signora qual è il problema. Tutti nel quartiere sapevano tutto. E la signora è molto disponibile. Avrebbe messo a disposizione la scuola, per raccogliere le firme alla festa di fine anno.
Ultimo week end di maggio. L’ultima occasione forse.
Tornò a casa, si rimise davanti alla finestra. Questa volta non erano i pareggi dell’Inter i malinconici pensieri, ma quella sfida grandi e piccoli dal risultato così imprevedibile.

GPROP e me

1 commento:

Unknown ha detto...
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