di Bruno Bonsignore, presidente di Assoetica
Dopo mezzo secolo le nuove donne tornano alla ribalta contro la
disparità della differenza
Qualche tempo fa a New York mi hanno parlato di Jane Jacobs e della
sua intrepida e vittoriosa battaglia contro l'assatanato spianatore di
città Robert Moses , rampante urbanista newyorkese. Uno che pretendeva
di cancellare un bel pezzo di Manhattan per farci passare sopra
un'autostrada a
6 corsie (il sistema della viabilità assorbe circa il 20% dello spazio
urbano a Londra, Parigi e Tokio ma quasi il 70% a Los Angeles!). È
grazie alla Jacobs e al suo preveggente libro The Death and Life of
Great American Cities (1961) se oggi possiamo ancora goderci il
Greenwich Village con tutti i suoi umori, odori e sapori.
Una donna con le palle viene da dire, diciamo invece una dotata di
tette che ne affermano il femminino e respingono al mittente o meglio
alle mittenti la sua sprovveduta collocazione nell'empireo femminista.
Io conoscevo, di nome, solo Betty Friedan, diventata alfiere delle
femministe sessantottine e della loro travagliata transizione, secondo
me mai compiuta, verso l’emancipazione.
La citavano le copy e le art director delle agenzie di pubblicità e il
suo nome spuntava sui cartelli università occupata. Ricordo bene che
era un girone esclusivamente femminile e rigorosamente esclusivo,
proprio off limits per noi maschi con l'eccezione, ai tempi, di
qualche radicale di comprovata fede. Io lavoravo in agenzia e facevo
campagne per vendere cioccolato, panettoni, birra, jeans mentre la
Friedan attaccava duramente i pubblicitari manipolatori di gusti e
falsi bisogni che imponevano al pubblico lo stereotipo della brava
donna-mamma consumatrice, per poi travestirla da venditrice e
svestirla fino all'indecenza. Ma ho sempre pensato che le donne almeno
in quegli anni '60 non abbiano capito la portata della visione di
Friedan (The Feminine Mistique, 1963) una rivoluzionaria e consapevole
personalità carica di femminilità imprigionata con superficialità
proprio dalle sue sostenitrici nel generico contenitore "femminista".
Intanto arriva Rachel Carson col suo Silent Spring (1962) che propone
una visione di ecosistema da contrapporre alla frammentazione della
scienza e della conoscenza, alla specializzazione ossessiva che
impedisce la comprensione del tutto, alla fede assoluta nella scienza,
un tema che riprende anche Zygmunt Bauman in molte sue opere. C'è
tutta la natura, ci sono tutte le risorse del femminile, della sua
lucida saggezza nella premonizione della Carson e nella sua capacità
di immergersi nell'allora ignorato mondo dell'ambientalismo.
La grandezza di questo fantastico terzetto femminile che s'incontra ed
esplode negli anni '60 mi colloca su una posizione critica
dell’attivismo odierno delle donne per i loro diritti che rischiano di
essere ricondotti, e ri-ghettizzati, come rivendicazioni femministe,
facendo così tornare indietro il fronte di combattimento di mezzo secolo.
Le donne dovrebbero secondo me adottare la strategia del "jumping"
come fecero gli americani nel Pacifico durante la 2a Guerra Mondiale:
anziché conquistare col sangue isola per isola ne attaccavano una
saltando poi le due o tre successive, tagliando loro i rifornimenti e
lasciando che s'arrendessero per mancanza di viveri ed armi. Saltate
il "frammento", ignorate la battaglia parziale come esortava la Carson
e concentratevi, per vincerla, sulla guerra dei diritti dell’Essere
Umano, lasciando perdere la retorica delle pari opportunità.
Non fatevi distrarre dagli obiettivi parziali che ancora ci sono da
conquistare sul fronte della parità ma piuttosto attrarre da tutto
quello che dovete difendere sul fronte della disparità della
differenza, perché qui l'uomo ha abdicato e ha perso la strada,
intrappolato com'é nel "suo".
Il suo lavoro, la sua auto, la sua carriera, la sua squadra, la sua
seconda casa...
E la sua donna? Ha bisogno di ben altro che le tette e lo sanno
benissimo anche le donne in carriera: ad esempio 6 su 10 iscritti ai
Corsi di Business Ethics per Ethics Officer sono donne. E poi c'é il
nuovo che avanza, quella che Jeremy Rifkin chiama Erasmus Generation
che ha intercettato la strada da
percorrere: anche qui 6 su 10 partecipanti al progetto sono ragazze di
vent'anni o lì intorno che hanno deciso di andarsene in giro per
l'Europa da sole per diventare donne senza i limiti della geografia,
delle culture arretrate e dei pregiudizi e dei ruoli pre-assegnati.
E così facendo si portano appresso pure i maschietti. Appunto.
Bruno Bonsignore
Presidente AssoEtica
www.assoetica.it
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