
Stasera assaporo il mio distacco dall'Italia. Non solo il distacco fisico, ma anche quello mentale. E' un distacco benefico, che allontana dagli schemi in cui ci si rischia di irrigidire frequentando- alla fine- sempre le stesse persone, finendo col parlare gli stessi linguaggi, indossando gli stessi occhiali per guardare la realtà.
Poi arriva una sera londinese, in cui fa freddo per uscire, e in cui the internet è l'unica compagnia. Una di quelle sere in cui mi mi prendo il tempo per me, in compagnia di Calma e Pazienza.
E allora mentre cucino la pasta alla matriciana decido che appena me ne torno in camera cerco su youtube qualcosa sugli Zapatisti e sul Sub Comandante Marcos.
Nelle banalizzazioni di tutti i giorni mi immaginavo un "komunista", incappucciato per nascondersi dalle forze dell'ordine messicane. Insomma. per usare un termine che di questi tempi funziona un po' in tutte le stagioni...una specie di "terrorista".
Dopo un minimo di selezione, che più o meno corrisponde allo zapping che si farebbe con il telecomando, trovo finalmente le 5 parti di un documentario che sembra fare al caso mio: "L'altro Messico", scritto e diretto dalla giornalista Francesca Nava.
Spengo la luce, mi spalmo sulla sedia e mi lascio trasportare, seguendo "l'altra campagna": un viaggio per le strade del Messico, in contemporanea alla campagna elettorale delle elezioni presidenziali del 2006. Il Sub Comandante Marcos non chiedeva voti, non invitava ad unirsi al movimento zapatista, ma solo a pensare, riflettere
E cosi', in poco meno di un'ora, scopro che cosa significa il passamontagna, vedo in faccia lo scrittore Paco Ignacio Taibo II, mi ritrovo a pensare come la politica sia snaturata in tutti i posti del mondo e come la creatività possa essere l'unica soluzione per mettere insieme persone diverse.
Penso anche che, forse, in Italia non abbiamo ancora abbastanza fame per inventarci forme di lotta cosi' intense. Penso che sono ancora troppo poche le persone che avrebbero il coraggio di coprirsi il volto per rappresentare il silenzio a cui cerca di costringerci il potere.
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